APERITIVO ELETTORALE – SINISTRA ALTERNATIVA MONZA


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SOLIDARIETA’ AI LAVORATORI K-FLEX


I Giovani Comunisti di Monza e Brianza – giovanile di Rifondazione Comunista – Federazione di Monza e Brianza – ha devoluto 200 euro sul conto corrente intestato al Fondo di solidarietà istituito da CGIL, CISL e UIL per sostenere la lotta incessante dei lavoratori K-Flex in presidio permanente da gennaio fuori dai cancelli dell’azienda per contestare i 187 licenziamenti.
Dopo aver ricevuto i finanziamenti europei, l’azienda chimica – con logiche aziendalistiche e padronali – vuole delocalizzare la produzione per abbattere il costo del lavoro, rovinando la vita a quasi 200 famiglie.
Il nostro è un piccolo contributo per sostenere la lotta. Al contributo accompagniamo tutta la nostra solidarietà e la nostra indignazione: è giusto lottare per i propri diritti!
Chiederemo un intervento di solidarietà e denuncia anche al Segretario nazionale di Rifondazione, Maurizio Acerbo, e alla Europarlamentare Eleonora Forenza, a nome della Sinistra Europea.

 

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Le elezioni negate


All’insaputa dei più, domenica scorsa (05.01) si sono tenute le elezioni di secondo livello della Provincia di Monza e Brianza. Molti si potrebbero chiedere se le province esistono ancora, se non le avevano forse abolite e che cosa siano mai le elezioni di secondo livello. Le province esistono. Hanno ancora pieni poteri sulle loro materie di competenza. Ma, grazie alla cosiddetta legge Del Rio, il popolo non vota più. Si vota “suffragio ristretto”. Ossia votano solo i consiglieri comunali.  E si vota nel silenzio generale, tanto che  nessuna delle quattro liste presentatesi aveva neppure un programma. Propositi e intenti politici dei candidati sono rimasti ignoti ai più. Non è stato un problema, trattandosi di mera spartizione di potere. Gli eletti non avranno nessuno a cui rispondere, visto che il voto vero, quello a suffragio universale non esiste più.

Mentre nel nuovo Palazzo della Provincia di via Grigna, il potere seguiva il suo corso naturale, imperturbabile ai bisogni e ai problemi reali, un gruppo di cittadini si è ritrovato sul piazzale antistante perché ad alcuni – fortunatamente – la voglia di dire la propria non è ancora passata. Si trattativa anzi di più gruppi di cittadini.

C’erano i cittadini che protestavano per la democrazia e tra loro anche qualche consigliere comunale, che si è opposto all’iniquità antidemocratica della legge Del Rio. Per parte nostra, i consiglieri comunali di Rifondazione Comunista hanno annullato la scheda.

Poi c’erano gli abitanti della Taccona, che protestavano contro la soppressione delle linee z225 e z227. Senza questi pullman la frazione di Muggiò rimarrà completamente isolata. E il problema non è solo loro. Il trasporto pubblico, che dovrebbe rappresentare in una provincia così densamente urbanizzata la prima opzione per gli spostamenti quotidiani di lavoratori e studenti, è attualmente inutilizzabile.  I problemi sono innumerevoli. Vi sono problemi di gestione economica, come le corse tagliate nei giorni festivi e prefestivi, le linee cancellate, le corse che saltano inaspettatamente per la carenza di organico (molte corse sono garantite solo grazie agli straordinari dei lavoratori). Poi vi sono problemi banali di cattiva organizzazione: assenza di un abbonamento unico provinciale che valga per tutte le linee che attraversano la provincia, fermate delle varie linee a distanza di pochi metri l’una dall’altra (quanto basta per perdere la coincidenza), fermate senza pensilina o – ancor peggio – a pochi metri da pensiline inutilizzabili. Insomma non si tratta di esprimere solidarietà ai pendolari della Taccona, visto che già il loro problema è anche il nostro.  Tant’è che pochi giorni fa, con il Circolo del PRC di Monza, siamo scesi in piazza con un simpatico flash mob per rivendicare un trasporto pubblico sostenibile economicamente, organizzativamente ed ambientalmente come parte di una strategia di lungo termine nella lotta all’inquinamento, purtroppo  oggi affrontata solo in ottica emergenziale.

Infine c’erano i compagni del Circolo di Rifondazione Comunista di Monza, di Possibile e di altre realtà della sinistra monzese che rivendicavano maggiore attenzione all’edilizia scolastica. Il comprensorio monzese che include le scuole Hensemberger, Frisi e Mosè Bianchi si trova circondato da tre aree dismesse che andranno a essere ristrutturate. La nostra proposta è che i costruttori si facciano carico come oneri di compensazione della costruzione di aule. Presso l’ex-orfanotrofio del Buon Pastore si trova già un edificio adibito a succursale scolastica, costruito dal Comune di Monza su area privata e poi caduto inutilizzato insieme al resto della struttura. Quest’area sarebbe agevolmente recuperabile alla sua originaria destinazione d’uso. Infine il plesso, dotato di una pista di atletica, necessita di una palestra a norma, dato che attualmente nessuna delle tre scuole ne è dotata. La Provincia di Monza spende ogni anno oltre 300 000 euro per pagare affitti a privati per allocare le succursali delle scuole monzesi. Finalmente esiste l’opportunità di chiudere questa voce di spesa, sostanzialmente a costo zero.

Insomma la piazza era vivace, dinamica, varia e ricca di proposte. Se ci organizziamo, il palazzo dovra tornare ad ascoltarla.

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Il Sud è Europa


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Si è svolto a Napoli sabato scorso il convegno “SudÉuropa”, organizzato dal GUE-NGL col supporto del PRC nel contesto di una serie di iniziative intitolata “Carovana del Sud”.

L’attualizzazione della questione meridionale in Italia e in Europa rappresenta il fondamento politico della “Carovana del Sud” e proprio questo tema ha segnato l’apertura del convegno. Dal Portogallo alla Grecia, passando per il Meridione d’Italia, si ritrovano problematiche economiche, sociali e politiche simili. Lo scenario di fondo è quello di un’Unione Europea imperniata sull’interesse dell’economia produttiva tedesca e della finanza internazionale. In queste terre storicamente poco industrializzate, le politiche monetarie dell’Unione Europea, l’azzeramento degli investimenti statali, la carenza di politiche industriali e la sfrenata concorrenza giuocata dai paesi emergenti sul costo del lavoro hanno portato all’esaurimento le residuali aree produttive del Sud. Sebbene le attuali politiche europee non manchino di colpire coi propri effetti negativi la Francia e il Nord del nostro paese, è nei Meridioni d’Europa che si osservano le maggiori criticità, in termini di povertà e disoccupazione. L’ideologia europeista ha rilanciato in una prospettiva internazionale il mito del Nord produttivo e del Sud sfaticato, che vive sopra le proprie possibilità, sulle spalle degli altri che producono. Con questa grande mistificazione si sono giustificati i ricatti delle politiche di austerità, con cui in ultima istanza si sono perpetrate le dinamiche economiche che hanno causato l’attuale situazione e che per giunta ne aggravano sempre più l’impatto sociale, mediante la progressiva abolizione delle tutele e del cosiddetto welfare.

Il Sud Europa è dunque unito da obiettivi strategici comuni, mirati al rilancio dell’economia nazionale: la redistribuzione della ricchezza finalizzata al rilancio dei consumi interni;  la tutela delle microeconomie locali, che, soprattutto grazie al settore agro-alimentare e turistico, in questi anni hanno mantenuto viva l’economia reale dei nostri territori anche nelle aree più “provinciali” e periferiche; il rilancio della produzione industriale attraverso investimenti statali.

Esiste nell’interesse economico dei paesi del Sud un elemento di trasversalità rispetto alle classi sociali, il quale coinvolge non solo i piccoli e medi imprenditori, ma anche la borghesia intellettuale, avvilita dagli scarsi investimenti su ricerca e sviluppo e da condizioni di lavoro sempre più simili a quelle del lavoro non qualificato. E’ dunque ragionevole che proposte politiche volti a tali obiettivi si ritrovino con la stessa trasversalità nel panorama politico, e non siano appannaggio della sinistra. Si veda in Grecia il successo di Alba Dorata e in Italia i vari tentativi di riorganizzazione delle destre, dall’esperienza dei Forconi al progressivo scollamento della Lega Nord dalla propria originaria vocazione regionalistica.

Due questioni sono imprescindibili per agganciare gli interessi della borghesia nazionale dei paesi del Sud Europa a una prospettiva genuinamente antiliberista, anticapitalista e popolare.

Un elemento d’analisi è rappresentato dal fatto che la stessa classe lavoratrice mitteleuropea sia vittima delle politiche di austerità e schiacciata da una forbice della ricchezza sempre più divaricata. Mentre i capitalisti tedeschi si arricchiscono su una bilancia commerciale che propende per le esportazioni,  sul versante interno esiste un orientamento al contenimento della spesa e del costo del lavoro, che pone sotto minaccia il benessere delle classi lavoratrici.

Un altro dato da non trascurare è la riattivazione dei flussi migratori. E se le giovani generazioni del Sud Italia, soprattutto i laureati, tendono ancora a spostarsi verso il Nord,  da tutta la penisola, sia i figli della borghesia intellettuale che i figli delle classi meno emancipate, tendono a cercare un futuro all’estero. La classe lavoratrice è ormai europea, non solo perché soggiace al mercato comune e alle regole comuni dell’Unione, ma anche per una consistente ripresa del fenomeno migratorio. Diviene quindi necessario dotare i lavoratori europei di strumenti comuni di lotta contro il capitale.

Sull’altro versante, occorre constatare come “lo spazio europeo” in cui si deve muovere la lotta delle classi subalterne del nostro continente non può più essere quello dell’Unione Europea e dei trattati che costituiscono lo scheletro delle sue politiche liberiste. Questo spazio è inagibile politicamente, antidemocratico e perciò irriformabile. Non esiste attualmente una via istituzionale democratica per gli interessi di classe sul piano europeo. La democrazia sopravvive in Europa solo grazie alle Costituzioni degli stati nazionali, che ci apprestiamo in Italia a difendere attraverso la battaglia referendaria contro la riforma Boschi dell’assetto istituzionale. Le singole prospettive nazionali, che potrebbero di per sè vedere coalizzati i popoli del Sud Europa nella lotta contro le istituzioni europee, non sono tuttavia in conflitto con l’idea di consolidare una rete europea delle lotte dei popoli. Coniugare queste due concezioni dell’attuale scenario politico ed economico è fondamentale per preservare il sogno di un’Europa unita dai valori del socialismo e della democrazia.

E’ un dato di fatto però che anche le istituzioni democratiche nazionali sono già state svuotare di potere, ceduto agli organismi nazionali, e di agibilità democratica. Diviene dunque difficile, come dimostra l’esperienza greca, pensare di combattere lo strapotere dell’Unione Europea e dei comitati d’interesse della grande finanza, con la voce isolata dei parlamenti dei nostri paesi. Occorre rilanciare la prospettiva di una lotta di popolo e di un’opposizione sociale che parta dai paesi più vessati e si estenda alle classi lavoratrici dell’Europa del Nord. Da dove partire dunque? Di quali strumenti dotarsi? La ristrutturazione dell’economia produttiva e i processi di deindustrializzazione hanno in parte reso inadatti gli strumenti classici. La balcanizzazione del mercato del lavoro ha deprivato i lavoratori del peso contrattuale acquisito in anni di lotte. In Italia pesa inoltre l’abbandono da parte della gran parte della compagine sindacale del proprio ruolo politico e delle prospettive conflittuali. Nello scenario europeo si sono sviluppate due esperienze, a Napoli e Barcellona, che rilanciano un modello che ha già funzionato in Sudamerica: quello dell’organizzazione municipale delle lotte e dei popoli urbani. I quartieri delle città raccolgono il disagio sociale che origina nella precarietà di lavori sempre più saltuari, parcellizzati e distribuiti e dove si esprimono concretamente i bisogni sociali di questo disagio. Il tema che dobbiamo porre all’ordine del giorno è quello di ridistribuire potere e ricchezza, secondo ogni varia declinazione, dal piano sovranazionale al luogo di lavoro, passando per le istituzioni nazionali e locali. Se l’attuale assetto produttivo  e i rapporti di forza vigenti rendono difficile radicare questa proposta nel mondo della produzione (necessità che comunque in futuro risulterà imprescindibile per proporre un vero avanzamento sociale), i territori, le città e le province rappresentano il luogo ideale per riproporre questi temi. Lì spontaneamente si creano e si possono attivamente costruire comunità e relazioni, da coniugare in esperienze di solidarietà sociale e organizzazione del dissenso. Abbiamo avuto recenti esempi di come il conflitto  sociale possa riorganizzarsi anche in un’ottica nazionale, superando le forme classiche del conflitto. Le lotte del sindacato francese hanno saputo far perno sui punti nevralgici del sistema produttivo e commerciale francese: bloccando il settore dell’energia e della logistica, si è nei fatti riusciti a bloccare un intero paese, con un danno reale agli interessi del padronato che da tempo gli scioperi generali non riuscivano più a infliggere. Ciò che è mancato all’esperienza francese è stata una sponda politica forte, proprio per via dell’indebolimento delle istituzioni democratiche e delle rappresentanze popolari in quei contesti. Le esperienze di Napoli e Barcellona testimoniano come le Istituzioni locali, restituite a un controllo politico popolare, possano da un lato tornare a esercitare una funzione sociale e non più meramente contabile, dall’altro frenare la realizzazione di politiche centrali neoliberiste, quali la svendita del patrimonio pubblico o la privatizzazione dei servizi. Purtroppo è ovvio che la sponda politica non può nulla se esiste unicamente a livello territoriale. Gli esempi in campo di queste lotte a carattere municipale sono oggi l’eccezione e rappresentano dunque un eventuale modello da mutuare in varie realtà, più che una rete di esperienze esistenti da correlare.

In termini di prospettiva, l’esperienza venezuelana dimostra comunque che l’organizzazione municipale del conflitto può offrire i suoi luoghi, le sue esperienze e le sue strutture come ossatura di un apparato istituzionale a democrazia diretta.

La questione meridionale italiana ed europea, la prospettiva municipalista, la difesa delle costituzioni nazionali, la lotta al neoliberismo. Il convegno di Napoli ha fornito numerosi piani di lettura, che, pur non essendo stati ridotti a sintesi, rappresentano una buona rappresentazione delle diverse contraddizioni della società del tempo presente, da tenere presente nella definizione dei nostri futuri progetti politici. La delegazione dei Giovani Comunisti di Monza e Brianza portata a casa dunque un dato politico forte: il GUE-NGL e il PRC si apprestano a superare una fase di inadeguatezza dell’analisi politica e di passività di fronte alle vicende della politica nazionale ed europea. Siamo pronti a riaprire un dibattito genuino per rilanciare il cambiamento di questa società.

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La lotta per un’altra scuola continua!


buona scuola

Il verdetto della corte di cassazione, che ha dichiarato insufficienti le firme raccolte per indire il referendum contro la ” buona scuola” è una pessima notizia. Si è persa la possibilità di coinvolgere l’ intero corpo sociale nella lotta contro la legge 107 , massima espressione del liberismo renziano.

Il rammarico aumenta quando pensiamo che i quattro quesiti proposti dal comitato referendario riguardavano la democrazia, il lavoro, la formazione, i tagli dei finanziamenti alla scuola pubblica e l’ agevolazione dei finanziamenti alle private. Si chiedeva infatti l’abrogazione dei super poteri assegnati ai dirigenti scolastici, del bonus ai soli docenti di ruolo ritenuti meritevoli, dell’obbligatorietà degli stage in azienda al posto della didattica, della detassazione delle “donazioni” dai privati alle scuole.

Nelle decine di comitati locali contro la buona scuola noi però abbiamo ascoltato e coinvolto mezzo milione di persone, che sono il nostro grande patrimonio. Proprio adesso, mentre la “buona scuola” sta dando il peggio di sé, rivelandosi fallimentare anche nelle procedure di assegnazione delle cattedre e ritardando l’ avvio dell’ attività didattica per centinaia di classi, é il momento di riallacciare i contatti stabiliti con la raccolta firme. I temi che proponevamo con i referendum sono ancora pienamente attuali, ma la lista delle vertenze da aprire potrebbe continuare a lungo per docenti, studenti e lavoratori della scuola. Sicurezza delle strutture scolastiche, regressione verso un insegnamento nozionistico e acritico, contratto scaduto da sette anni, lavoro sommerso e sottopagato, cancellazione dei diritti sindacali sono alcuni argomenti possibili, ma il più importante é la difesa di una idea della scuola democratica, pubblica, culturalmente critica che garantisca a tutti l’ accesso al sapere, come stabilito dalla Costituzione e come ribadito nella proposta di legge di iniziativa popolare “LIP per la scuola della repubblica”.

NON SFUGGE A NESSUNO CHE LA LOTTA CONTRO LA BUONA SCUOLA DI RENZI PUO’ RIPRENDERE CON EFFICACIA SE NEL PROSSIMO REFERENDUM COSTITUZIONALE LA DEMOLIZIONE DELLA COSTITUZIONE ITALIANA ARCHITETTATA NELLE MODIFICHE PROPOSTE VERRA’ FERMATA CON UN SONORO NO

SEGRETERIA RIFONDAZIONE COMUNISTA DI MONZA E BRIANZA

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7 ottobre – #mobilitiamoci


14563465_1307189769314259_3986905146503805195_nConcentramento del corteo studentesco alle h9:30 del 7/10/16 in Largo Cairoli a Milano.

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