La FIOM chiama a raccolta per il 9 marzo


Negli ultimi due anni il fronte caldo degli attacchi alle fasce deboli della popolazione ha visto in trincea la FIOM. Il luogo di lavoro è trattato alla stregua di un limbo dove non vale più il grande vanto del sistema di potere della società capitalista: la democrazia.

La democrazia è trattata come una schiuma, della cui purezza e integrità ci si fa garanti quando si tratta di reprimere ogni prospettiva al cambiamento, ma ch’è poi soffiata via e dissolta alla prova dei fatti. Tale è la sola lettura che si può dare del fatto che nelle aziende d’ora in poi non solo decideranno i padroni, com’è sempre stato, ma non sarà più nemmeno riconosciuto il diritto di controbattere ai sindacati non firmatari degli accordi. Chi non è d’accordo è fuori. Logico: se democrazia vuol dire potere decisionale al popolo, essa dovrà essere repressa per permettere il passaggio di decisioni impopolari.

E se prima la decisione impopolare era l’abolizione delle garanzie e dei diritti in fabbrica, ora, ahimè, la questione si è estesa dall’ambito dei lavoratori metalmeccanici all’intero sistema economico e politico. Il premier eletto secondo le norme della democrazia borghese è infatti decaduto, in virtù delle pressioni dei poteri forti internazionali.

La Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale, le agenzie di rating, le dinamiche borsistiche che hanno concorso alla produzione della crisi, hanno saputo nella stessa tener dritto il timone sul loro eterno obiettivo: il profitto finanziario. La libertà dei più ricchi al mondo di divenire ancora più ricchi si è però a un certo punto scontrata con l’impiccio del sistema della democrazia rappresentativa. Le banche bramano con cupidigia l’abbattimento dello stato sociale per spostare ancora di più la bilancia delle ricchezze dalle nostre tasche, alle mani delle elite finanziarie. Il sistema è semplice ed è il vecchio sistema dell’usura: lo stato ha un debito reso inestinguibile dagli interessi bancari e preleva da noi per dare a loro. Un uomo, Berlusconi, che pur in passato aveva tutte le carte in regola per non sfavorire le libere e distruttive dinamiche del profitto, ma che dovendo rispondere al giudizio degli elettori non poteva evidentemente farsi carico di un’operazione così pesante. La soluzione si è rinvenuta nella sostituzione del premier con un banchiere, posto nel suo scranno non da un elezione popolare, ma dai poteri forti cui soltanto si trova a dover rispondere. Monti non lo ha eletto nessuno, eppure lo sostengono tutti, dal PD al PdL.

Questo governo trasversale delle forze neoliberiste ora ci chiede non solo di rinunciare al contratto nazionale di lavoro e alla rappresentanza sindacale, ma di accettare un mercato del lavoro che si fonda sulla totale precarietà sancita dall’invenzione di decine di modalità di contratto-sfruttamento e sull’abolizione del divieto di licenziamento senza giusta causa, per motivi politici o di profitto. Ci comunica che le pensioni sono state pressoché abolite e lancia preoccupanti segnali sul fronte della gratuità e universalità del diritto alla salute, con il sistema delle quote che saranno sottratte in busta paga (direttamente o indirettamente) per pagare le prestazioni sanitarie “integrative” (non se ne vede la necessità se non in un ottica di smantellamento del sistema sanitario, all’oggi gratuito e universale). Sostiene la privatizzazione del trasporto locale e tenta in ogni modo di aggirare l’esito del referendum popolare contro la privatizzazione dell’acqua.  All’attacco rivolto allo stato sociale sopravviverà solo chi possiede il potere economico sufficiente a comandare tale distruzione. Non ne esce vivo neppure il ceto medio.

Esistono tutti i presupposti per rimettere ogni scusa e avviare un percorso politico di mobilitazione che sappia mettere al centro la rivendicazione del reddito diretto (attraverso forme di reddito di cittadinanza anche per i disoccupati e gli studenti e la garanzia del posto di lavoro a tempo indeterminato) e indiretto (con la tutela dei beni comuni come acqua e territorio e dei diritti fondamentali come salute e istruzione che debbono divenire a fruizione universale e gratuita e non essere sottoposti alle distruttrici logiche di mercato) e della democrazia vera, quella diretta e non quella rappresentativa o meglio eterodiretta dai poteri forti. Ora che siamo tutti colpiti non abbiamo più scuse per non scendere in una battaglia unitaria contro il sistema che ci ha condotto a questo punto. Per queste ragioni risponderemo con un forte e chiaro CI SAREMO alla chiamata della FIOM per il 9 marzo, con l’impegno di costruire una mobilitazione trasversale che sappia mettere al centro tutti i temi caldi di questa minacciosa stagione politica. Precari, operai, studenti, pastori sardi, pescatori non sono affatto una minoranza dimenticata, ma rispettivamente la colonna portante della società e le avanguardie spontanee dell’opposizione sociale.

Oggi è come se fossero i popoli a dover rendere conto ai governi e non più il contrario.

Rivoltiamo la situazione.

 
PEOPLE OF EUROPE, RISE UP!
ΛΑΟΙ ΤΗΣ ΕΥΡΩΠΗΣ, ΞΕΣΗΚΩΘΕΙΤΕ!
 
Giovani della Federazione della Sinistra, Monza e Brianza
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