Archivio mensile:giugno 2013

Non mi uccise la morte ma due guardie bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte


Oggi è stata emessa la sentenza del processo per la morte di Stefano Cucchi. Pensiamo che le parole della sorella Ilaria non necessitino di ulteriori commenti.

Chiedo scusa a nome di Stefano per il danno che la sua permanenza al Pertini e la sua morte hanno procurato al buon nome del dott. De Marchis e della dott.ssa Di Carlo. Chiedo scusa per il disturbo arrecato.
Infondo era un tossicodipendente, e non dimentichiamo che era lì perché aveva commesso un reato.
Cosa valeva la sua vita rispetto alla carriera e l’onorabilità di persone che ‘salvano la vita alla gente’?
E mi rendo conto sempre di più che la vita di mio fratello non era considerata tra quelle da salvare.
Stefano non ha più voce per dire che lavorava, che andava in palestra. Che le sue vene non erano massacrate dalla droga, della quale non c’era traccia dopo la sua morte…
E che immaginava un futuro come tutti noi.
Lui non c’è più. Quindi tanto vale che i loro avvocati lo massacrino pure da morto. Se si tratta di salvaguardare coloro che quasi sempre salvano la vita alla gente. Sempre che ‘la gente’ non sia un detenuto in attesa di giudizio tossicodipendente.
E cosa importa il dolore di un padre e di una madre, che per quella vita avrebbero dato l’anima, pur senza mai farne un santo, nel vederlo calpestato e spogliato di quello che era?
Diciamo che non è stato curato perché come tutti i tossicodipendenti non era collaborativo.
E dimentichiamo il giuramento d’Ippocrate.
Tanto era un tossicodipendente.
Ma si. Mettiamoci una pietra sopra e salviamo il salvabile. Tanto se l’è cercata.
E diffondiamo la sua foto nei centri di recupero. Così tutti sapranno che di droga si muore in quel modo, come ha avuto la brillante idea di affermare uno degli avvocati dei poveri medici.

Ilaria Cucchi

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QUESTIONE DI PROPORZIONI – di Alessandro Boggiani


C’è trippa per gatti. Anzi, c’è trippa per tutti. Nella Nota Aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa, presentata al Parlamento a fine ottobre, è scritto chiaramente: nel 2013 i fondi destinati alla spesa militare sono destinati a crescere, dai 13,61 miliardi di euro del 2012 (anno in cui si registrò il punto minimo di stanziamenti) a 14, 64. La crisi dunque non sembra esistere per gli apparati militari del Paese e le forze politiche parlamentari, sorvolando sopra i dati, disquisiscono sulla parata del due giugno, la quale, male che vada, costerà 4 milioni. Questione di proporzioni.

Secondo i dati del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) l’Italia si colloca al 10° posto al mondo per spesa militare globale (che non riguarda solo i fondi stanziati su base annua cui ci si riferiva prima), spendendo circa 34 miliardi di dollari all’anno, pari a 26 miliardi di euro. Il che equivale a 70 milioni di euro al giorno. Lontani dalla retorica populista che si chiede quanti asili ci si potrebbero costruire, resta però il fatto che la politica estera degli ultimi governi, completamente prona agli interessi della NATO e degli Stati Uniti, ci stia costando cara. Monti, a inizio gennaio, poteva ben vantarsi di come l’Italia avesse “rafforzato il suo posizionamento in tutti i quadranti fondamentali dello scacchiere globale”, ma il prezzo è quello di avere una spesa militare pari a quella per le politiche del lavoro e solo marginalmente inferiore a quella per le politiche sociali. La Spagna, che in percentuale spende poco meno di noi per la Difesa (lo 0,1% di Pil in meno), destina al welfare state risorse decisamente maggiori(il 4,5% di Pil in più). Questa situazione non accenna a cambiare e d’altra parte come potrebbe con un governo di larghe intese? Gli unici tagli, peraltro minimi, nel sistema militare saranno sul fronte Sicurezza Interna (in barba ai sindaci-sceriffi) e su quello degli investimenti/acquisti (degli F35 parleremo a tempo debito). Senza dimenticare poi l’Esercizio, cioè la voce che copre i costi di gestione, manutenzione e addestramento. La promessa sforbiciata (1,33 miliardi contro 1,52 dell’anno scorso) colpirà soprattutto le ultime due voci, ripercuotendosi negativamente su capacità operative e disponibilità dei mezzi. Tutto ciò nonostante nel documento ministeriale citato all’inizio e da cui sono tratti i dati, si ammetta chiaramente che «il deterioramento della capacità operativa assumerà a breve termine (uno o due anni) profili di particolare criticità». Questione di proporzioni.

Ed ecco il momento che stavate tutti aspettando: gli F35. Cominciamo col dire che i 90 caccia acquistati dall’Italia originariamente dovevano essere 131 e che gli Stati Uniti stanno avendo problemi con questa tecnologia apparentemente avanzatissima ma che in realtà pare avere un brutto rapporto coi fulmini. Buttiamo lì anche il fatto che la RAND Corporation, una società di analisi strategiche che collabora con il Dipartimento della Difesa statunitense, ha rivelato che gli F-35 made in USA non sarebbero in grado di competere con i russi Su-35 in un combattimento aereo. Stanti queste premesse, il problema è comunque più complesso e riguarda la politica industriale del paese. L’Italia presta agli Stati Uniti fette di territorio per basi (Dal Molin), antenne satellitari (Muos) e stoccaggi di armi, in più compra attrezzature militari sostanzialmente da un unico fornitore: ancora il paese dei liberi, of course. Si realizza così una sorta di vassallaggio. Acuito inoltre dal fatto che le nostre industrie belliche o parabelliche, relativamente all’avanguardia (vedi alcuni reparti di Finmeccanica), non operano sul libero mercato ma vendono i propri prodotti solo a paesi amici. Amici dello Zio Sam, si capisce. E questo proprio perché la maggior parte di queste aziende è a compartecipazione pubblica, e nessun governo vuole inimicarsi gli amici a stelle e strisce. O, in alternativa, elaborare una politica industriale nazionale sensata. Questione di proporzioni.

Nessuna forza politica ha posto ancora sul piatto della bilancia la questione. Lo stesso Pd, a dicembre, criticò il fatto che “l’efficienza dello strumento militare del nostro paese è stata messa a repentaglio dai tagli irresponsabili operati dal precedente esecutivo (Silvio, nda)” per poi approvare la scelta del governo Monti di “riqualificare” la spesa militare, “al fine di restituire efficienza e funzionalità alle forze militari”. E mentre stiamo per vendere anche i cordoni della borsa e si fa fatica a pagare la cassa integrazione, la nostra repubblica, fondata sul lavoro e ripudiante la guerra, si arma e parte per il fronte. Questione di proporzioni.

P.S. Il terzo paragrafo potrebbe far nascere un quesito: perché i così potenti Stati Uniti (in testa alla classifica del SIPRI) non vendono direttamente i propri prodotti alle nazioni amiche sui fronti sensibili, incrementando così l’export nazionale, ma si affidano a ditte straniere (non solo italiane)? La risposta potrebbe essere in un avverbio: i nostri prodotti bellici sono RELATIVAMENTE all’avanguardia, ma sicuramente non possono competere con i ritrovati americani. Così, anche se, exemplum fictum, un dispositivo di produzione italiana in dotazione al governo colombiano cadesse nelle mani delle FARC, gli Stati Uniti sarebbero certi, intervenendo in prima persona, di partire comunque in vantaggio e di non aver perso nessun segreto industriale. Per l’ennesima volta, questione di proporzioni.

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2 GIUGNO – FESTA DELLA REPUBBLICA, QUELLA VERA


Ieri (01.06.2013) i Giovani Comunisti erano in piazza a Monza, in via Buonarroti, per denunciare (vedi volantino) il servilismo degli ultimi governi delle larghe intese, Monti e Letta. Hanno imposto tagli alla spesa sociale minacciando la scuola e la sanità pubbliche, e soprattutto bloccando la ripresa economica del paese, con un’unica giustificazione “ce lo chiedono i mercati”. Intanto però hanno fatto lievitare le spese militari, perche “che lo chiede la NATO”. Hanno mantenuto i finanziamenti alle scuole private, perchè “lo chiede il Vaticano”. Eppure la Costituzione dice che la Repubblica si fonda sul lavoro e non sugli eserciti. Dice che la sovranità appartiene al popolo e non alla NATO, né alla BCE, né alle monarchie ecclesiastiche. Dice che l’Italia ripudia la guerra. Dice che la libertà d’impresa è posposta alle esigenze sociali dei lavoratori.
Noi non vogliamo più una politica così debole di fronte ai poteri forti da rinunciare all’applicazione della Costituzione.
La Repubblica che i vari Letta, Monti, Napolitano, Belusconi, i vari PD e PdL, la Lega e l’UDC hanno costruito non è la Repubblica della Costituzione. La loro è la Repubblica che sfila sotto gli sguardi dei più potenti con una parata militare. La nostra Repubblica è quella che nel referendum del giugno ’46 ha trionfato sulla Monarchia, foriera di rigurgiti fascisti, per regalarci la nostra bella e inattuata Costituzione. La loro Repubblica, la loro sfilata, il loro orgoglio nazionale è la maschera che nasconde un paese che soffre ogni giorno le difficoltà della crisi, che viene messo in cassaintegrazione, che viene licenziato, che non trova lavoro, che non riesce a pagarsi gli studi, che perde la casa. La Repubblica che noi vogliamo costruire avrà al centro l’uomo e il lavoro, nell’uguaglianza, nella giustizia sociale, nella libertà che sono dichiarate nella Costituzione e che nessun Governo Italiano ha mai voluto realizzare.

Banchetto Via Foscolo 1 Giugno 2013

Giovani Comunisti Monza e Brianza – RivoltiaMonza Giovani Comunisti

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