#7 LUGLIO – LA RISPOSTA DI MONZA


7 luglio 2013. Monza risponde degnamente all’oscenità dei manifesti comunali inneggianti all’arrivo di Napolitano. Centinaia di poliziotti, le vie della città impercorribili, la Villa Reale e i giardini chiusi per tre giorni: questi i preparativi per l’arrivo dei massimi esponenti del potere politico, col Presidente della Repubblica, anche Letta e Maroni. La loro iniziativa per l’inaugurazione della sede legale di Expo in Villa Reale sarà privata, lontana dagli occhi e dai bisogni di noi cittadini. A tutto questo Monza ha risposto.
Eravamo in piazza per dire che gli organizzatori e gli ospiti di quest’iniziativa sono i responsabili dell’orrenda politica che in questi ultimi tempi ha governato l’Italia: coloro che per ridurre il debito e ripagare le banche hanno strozzato l’economia reale di questo paese; coloro che hanno fatto passare come fatale e ineluttabile la distruzione dei diritti del lavoro conquistate in 50 anni di lotta sindacali, cosa che è in realtà nel solo interesse dei grandi gruppi industriali, di chi sul nostro lavoro fa profitti continuando ad arricchirsi nonostante la crisi; coloro che hanno annullato la dialettica politica, consegnandoci governi unitari, privi di opposizione, incontrollati, spregiudicati.
Ecco perché almeno mezzo migliaio di persone ha sentito la necessità di scendere nelle vie della città, per testimoniare che qui la gente non è passiva, ma osserva, valuta, ragiona e denuncia una politica lontana anni luce, tanto dagli interessi del popolo, quanto dal lume della ragione.
E’ infatti irragionevole ritenere che Expo porti sviluppo e occupazione. Quale sviluppo, se dall’evento le nostre istituzioni locali ne escono maggiormente indebitate, in una fase in cui i soldi mancano anche per i servizi fondamentali? Quale economia gira? Non certo ne beneficia il sistema produttivo. Semmai girano i soldi (spesso sporchi) dell’industria del cemento, con grande e nefasto impatto ambientale e urbanistico. Quale occupazione si crea? Lavori occasionali, da sei mesi i contratto, buoni solo per riproporre il paradigma del lavoratore sottopagato e senza tutele come soluzione per risollevare l’economia. Se un’economia si riprende in questo modo di sicuro ne saremo tagliati fuori noi giovani: sei mesi di salario non ci danno né potere d’acquisto, né la prospettiva di costruirci una vita, un futuro.
Il 7 a Monza eravamo forse un’avanguardia. Noi continueremo a lavorare per fomentare e organizzare il dissenso. Perché la nostra organizzazione, dei giovani e dei lavoratori, ci renda sempre meno passivi, sempre più protagonisti, sempre più d’ostacolo alla realizzazione di un mondo in cui le esigenze delle persone sono ai margini della politica, che si occupa frattanto solo di banche, affari privati ed esposizioni.

GIOVANI COMUNISTI MONZA E BRIANZA

ostenda-6_600Giovani Comunisti

 

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