Renzi e la scuola buona per i padroni


di Arianna Ussi – docente precaria, Direzione nazionale PRC
Renzi-GianniniDopo gli annunci roboanti di fine agosto, il premier Matteo Renzi ed il suo governo hanno partorito La buona scuola: 136 pagine intrise di populismo e paternalismo che delineano le linee guida di un nuovo modello di scuola pubblica, stravolgendone completamente l’impianto costituzionale.

Pur muovendosi nel solco tracciato dai governi precedenti, la novità introdotta da Renzi consiste nel presentare un testo organico, e pertanto più pericoloso, all’interno del quale trovano posto tutte le più nefaste proposte contro cui, in questi anni, il movimento in difesa della scuola statale si è battuto.

Il linguaggio giovanilistico, manageriale, “vincente” come una squadra di calcio in lizza per la champions league, descrive un nuovo paradigma di scuola pubblica che potremmo definire“marchionnizzato”.

La propaganda del governo ha abilmente concentrato tutta l’attenzione mediatica sulla stabilizzazione dei precari. Renzi, incalzato dalle sanzioni dell’UE, millanta 150.000 assunzioni, lo svuotamento della graduatorie ad esaurimento e la definitiva risoluzione della “piaga” del precariato. Ad ora, però, tutto tace sulla copertura finanziaria di 3 miliardi di euro necessaria a tale operazione. Ed essendo il governo Renzi un esecutore delle politiche di austerità volute dalla troika, sembra legittimo dubitare sulle effettive intenzioni del governo.

Facendo leva sulla frustrazione e sulle esigenze materiali dei lavoratori, che pagano a caro prezzo le conseguenze della crisi e di un precariato sempre più mortificante, il governo ha annunciato in pompa magna un piano di assunzioni che, probabilmente, non verrà mai attuato, chiedendo in cambio ai docenti la definitiva rinuncia ai propri diritti e alla stessa libertà di insegnamento e il totale asservimento alle logiche del mercato e del profitto. Com’è accaduto alla FIAT di Pomigliano, e in molte altre fabbriche del paese, si chiede ai lavoratoridi piegarsi alle logiche del capitale, barattando i diritti con il lavoro. Il testo di Renzi  lo definisce un “patto”, ma in realtà si tratta di un vero e proprio ricatto, come quello di Marchionne.

Nella “buona scuola” di Renzi, occorre puntare su nuove parole d’ordine. E allora, via a tutti quei principi e diritti che possono richiamare la Costituzione, la democrazia, la Resistenza, le conquiste del movimento operaio e studentesco, e avanti con il merito, la flessibilità, l’innovazione, la premialità.

La funzione del docente viene così completamente snaturata. Una parola che ricorre frequentemente nel testo è “flessibilità”, sia geografica (per cui i docenti dovranno essere disposti aspostarsi da una scuola all’altra anche al di fuori della propria provincia o regione), sia intesa come disponibilità ad insegnare materie “affini”, ma diverse dalla propria, a coprire le supplenze brevi o, addirittura, a svolgere funzioni fuori dalla classe, in base alle esigenze delle singole istituzioni scolastiche, attraverso la creazione di un organico funzionale che renderà il docente una sorta di “tuttofare”. La specificità dell’insegnamento e la qualità didattica, nella “buona scuola” di Renzi, sono inutili orpelli che cristallizzano la scuola e ne frenano il dinamismo.

I principi democratici, su cui finora si è fondata la scuola, vengono presentati come fonti di frustrazione per i docenti. E allora, che cosa propone l’imbonitore Renzi per eliminare quell’alone di “grigiore” che grava sul corpo docente e illuminare le tristi vite degli insegnanti con i colori dell’iride? Un nuovo sistema di progressione di carriera, al passo con i tempi dettati dal neoliberismo, non più basato sugli scatti di anzianità, metodo troppo democratico ed egualitario, ma supremi  stipendiali legati all’ “impegno”ed al “merito”. Certo, perché, da Brunetta in poi, è ormai un dato acquisito da tutti i governi che il corpo docente italiano è costituito, in buona parte, da lavoratori fannulloni che devono essere puniti. Purtroppo, l’immagine del lavoratore statale fannullone è stata inculcata dalla propaganda di regime anche nell’opinione pubblica, non a caso gli attacchi ai docenti ed ai lavoratori del pubblico impiego, in questi anni, sono stati sistematici.

La realtà, però, è ben diversa da come la racconta Renzi. L’ “impegno” che merita di essere premiato con un aumento salariale, non ha nulla a che vedere con la professionalità, la passione, l’esperienza, le competenze, le capacità didattiche ed umane che un docente mette nel suo lavoro quotidiano, in classe, a contatto con i ragazzi. Al contrario, i docenti, che continueranno a esercitare la loro funzione di formatori di menti pensanti e critiche, che continueranno a ritenere centrale la relazione costante con gli studenti e ad occuparsi della didattica, senza lasciarsi trascinare nel mercato della scuola, saranno considerati, in sistema basato sulla ricerca del profitto, non meritevoli e non rientreranno in quel 66% di docenti  che “valgono”.

Ma come si misura quanto vale un docente? Un apposito nucleo di valutazione interno ad ogni scuola vaglierà il “portfolio” di ogni docente.

Ogni docente, infatti,  verrà schedato in un Registro Nazionale dei docenti della scuola, attraverso un “portfolio ragionato”, in cui accumulare crediti formativi, professionali e didattici. Da tale registro, i dirigenti scolastici potranno attingere per scegliersi la loro “squadra” vincente. Insomma, la chiamata diretta che, in questi anni, siamo riusciti a contrastare, adesso, è uno dei pilastri della scuola di Renzi.

Il preside, dipinto paternalisticamente come un “timoniere”, diventa un manager a tutti gli effettie risulta investito di poteri molto ampi, tra cui decidere le sorti lavorative degli insegnanti.

In questo modo, si avrebbe una gerarchizzazione feudale del corpo docente, con al vertice un dirigente-manager, seguito da una schiera di vassalli e valvassori, legati da un vincolo di assoluta fedeltà.

La collegialità e la collaborazione, elementi indispensabili per la formazione dei nostri studenti, saranno sostituiti da meccanismi clientelari, ed i rapporti tra i docenti saranno improntati alla competizione ed al carrierismo. L’unica legge che governerà la scuola sarà quella del mercato e del profitto: le scuole saranno in competizione tra loro, alla perenne ricerca di finanziamenti pubblici (che dipenderanno dai risultati ottenuti dai singoli istituti in base al Sistema Nazionale di Valutazione, per intenderci, quello dei mortificanti quiz Invalsi) e soprattutto privati; gli stessi docenti saranno catapultati nel mercato dei crediti, dei progetti, delle ore aggiuntive, per arricchire il proprio portfolio di inutili attestati che consentiranno loro di ottenere gli scatti ed i premi stipendiali.

Occorre, una volta per tutte, smascherare la demagogia del governo che utilizza il “merito” come cavallo di Troia per introdurre nella scuola un sistema piramidale che annienta qualunque forma di democrazia e di libertà d’insegnamento, sostituite definitivamente dalla logica della “produttività”. La scuola diventa un’azienda, l’istruzione una merce, gli studenti e le loro famiglie dei semplici utenti.

Insomma, della scuola disegnata dalla Costituzione non rimane traccia. Ci troveremo a lavorare in una scuola feudalizzata e militarizzata, simile ad una fabbrica o ad una caserma, dovetutto è rigidamente controllato (dal preside e dai suoi fedelissimi, in primis, dalla figura del mentor, dal nucleo di valutazione interna, dagli ispettori, etc), dove la didattica e la relazione tra docente e alunni sono completamente piegati a logiche aziendali, che nulla hanno a che fare con un settore come l’istruzione, il cui perno non è certo la ricerca del profitto, ma la formazione di pensiero critico.

Occorre,invece, ribadire e difendere il ruolo formativo della scuola, strumento e luogo di costruzione di menti libere, capaci di mettere in discussione la visione del mondo ed i modelli  imposti dalle classi dominanti.

Occorre, inoltre, smascherare che cosa si cela dietro gli slogan e le belle parole, accattivanti per l’opinione pubblica,  dalla “burocrazia zero” alla trasparenza per tutte le scuole, fino alle citazioni tratte dalla nostra Costituzione ed utilizzate per far passare principi diametralmente opposti (vedi la citazione del primo articolo della Costituzione stravolto pergiustificare l’obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro negli istituti tecnici e professionali, ovvero, per mandare i ragazzi a lavorare gratuitamente presso le aziende attraverso stage non retribuiti).

Quello che, in realtà, si sta preparando è un attacco agli organi collegiali ed una pericolosa accelerazione nella realizzazione della piena autonomia, vero obiettivo del governo, che apra definitivamente le scuole all’ingresso dei privati.

Il capitolo dedicato ai finanziamenti privati è talmente semplice e chiaro da far rabbrividire. Innanzitutto “per le scuole deve essere facile, facilissimo ricevere risorse”. Dunque, bando agli impedimenti burocratici che impediscono alle scuole di trasformarsi in fondazioni, e avanti con un pacchetto di agevolazioni fiscali per incentivare gli investimenti privati nella scuola statale, “perché la scuola è di tutti”. Soprattutto dei padroni.

C’è un grande assente da questo testo così minuzioso, e non credo sia una casualità: gli studenti. Già, coloro che dovrebbero essere al centro della scuola, essendone il cuore pulsante, i veri protagonisti, non compaiono ne La buona scuola di Renzi. E’ naturale, gli studenti e le loro famiglie sono considerati dei semplici utenti, o meglio, dei clienti a cui offrire i migliori prodotti sul mercato dell’istruzione.

Chi insegna, e lo fa con passione, non può che provare pena e rabbia, nello stesso tempo, di fronte a questo modo di concepire la scuola, in cui tutto è ridotto a numeri. Ma dietro quei numeri ci sono persone in carne ed ossa, le loro intelligenze, i loro vissuti, la loro fragilità,  le loro specificità  che valgono ben più di uno stupido test Invalsi. Ed il bello del lavoro dell’insegnante è entrare in contatto con questo mondo, fatto di menti pensanti, e costruire insieme un percorso al termine del quale ci si arricchisce reciprocamente.

È per loro, innanzitutto, per i nostri studenti e per il loro futuro, che non possiamo restare inerti di fronte a quello che si prefigura come un attacco senza precedenti alla scuola statale. Ed anche per noi, per la nostra dignità di lavoratori, che questa riforma calpesta senza pietà.

La posta in gioco è altissima: siamo di fronte al definitivo smantellamento della scuola pubblica, statale, laica e di massa, che verrà sostituita con un modello di scuola aziendalistico e classista. Occorre una mobilitazione di massa, che veda uniti, finalmente, in una sola lotta i lavoratori, precari e non, gli studenti, i genitori. Questa volta non possiamo aspettare, l’autunno deve essere caldo.

 

Fonte: http://www.collettivostellarossa.it/20140913/renzi-e-la-scuola-buona-per-i-padroni

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