Ce vo’ coraggio


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Io vi avviso, tutti quanti. D’ora in poi sarà molto più difficile. Ci vorrà pelo sullo stomaco, ci vorrà ambizione, ci vorrà un pizzico di follia. Ci vorrà coraggio. È anche vero che in fondo queste sono le doti esaltate da modelli di imprenditoria aggressiva e di successo (alla Steve Jobs, per intenderci) che sono stati imposti come punti di riferimento per la realizzazione di ogni essere umano, quindi non sarà un problema. Ma sarà dura. Sarà dura affermare che il conflitto capitale-lavoro è roba vecchia, che le classi non esistono più, che chi non si rassegna alla concordia ordinum è anziano e immaturo, che il lavoro salariato è morto nel 1989. Dopo ieri, è molto più difficile. Come chiamate, voi, ideologi delle ideologie morte, quello che è avvenuto ieri a Roma? Incidente, fatalità, misunderstanding? Nella mia modesta opinione, io lo chiamo in un solo modo: lotta di classe.

Ovviamente, questa espressione così demodé va spiegata, onde non farsi trascinare nel turbinio sloganistico. All’interno di ogni società saranno sempre presenti interessi contrapposti che, in un modo o nell’altro, sono destinati a scontrarsi. Interessi materiali, eh, nulla di iperuranico. Perché è impossibile che gli uomini vivano tutti seguendo la stessa bandiera e le stesse finalità: si può far sì che la maggior parte della popolazione marci nella stessa direzione, ma non di più. E comunque, anche in questo caso, Repubblica parlerebbe di dittatura e ci sarebbe una minoranza che, avendo altri interessi, agirebbe contro la maggioranza. Questo scontro è una lotta di classe. 2.0 finché volete, ma di questo si tratta: ampi settori della popolazione che scoprono di avere degli scopi comuni (al di là della professione, dello status socio-economico, del grado di istruzione, …) e si battono per realizzarli. Oggi, una fetta ben precisa di italiani detiene il potere politico e, con esso, l’uso legalizzato della forza; ieri, una fetta ben precisa di italiani che NON detiene il potere politico ha provato sulla propria pelle cosa significa non far parte di quell’élite. Significa che i propri interessi, allorché intacchino quelli di chi comanda, saranno repressi anche brutalmente, usando strumenti violenti. Botte agli operai, come nei gloriosi seventies. Era una manifestazione pacifica(1), con una richiesta elementare come il posto di lavoro (NON come nei gloriosi seventies) ma appena ha provato ad alzare un minimo i toni, è stata repressa da un potere politico apertamente schierato con le ragioni dell’imprenditoria, del capitale, delle start-up(2). Il Governo ha scelto definitivamente(3).

Ci vuole coraggio, ormai, a sostenere anche le ragioni del bipolarismo, della destra che non c’è più, della drammaticità del fatto che lo scontro sia tra due sinistre. Basta un minimo di lettura critica del reale (e la indispensabile buona fede) per rigettare questa analisi, che sembra seguire la curiosa teoria per cui basta non sedersi a destra in Parlamento per essere di sinistra: seguendo la stessa logica, domani mi presenterò all’ospedale con indosso un camice e pretenderò di operare. La collocazione di un partito non dipende dagli scranni, dipende dal blocco sociale di riferimento e dalle posizioni che si assumono nel momento in cui i fisiologici contrasti che nascono in una società plurale vengono alla luce. Il Pd e Renzi il suo pastore, oggi, sono appoggiati da squali dell’imprenditoria come Farinetti, incassano l’approvazione del finanziere Davide Serra (quello che ha proposto “serie restrizioni al diritto di sciopero”) e si scagliano contro i sindacati, definendoli un inutile peso(4). La sinistra, per propria storia, si è sempre schierata dalla parte delle fasce deboli, del lavoro, della giustizia sociale; si è scannata sui metodi (socialdemocratici, comunisti, riformisti, massimalisti), ma ha sempre avuto come obiettivo la realizzazione umana di chi, fino al giorno prima, era condannato alla schiavitù e all’indigenza morale e materiale. Fate due conti.

Uomini e donne che vi definite di sinistra, continuate pure a votare il Pd, a fare la tessera a partecipare sorridenti alle primarie. Continuate a sperare nel sol dell’avvenire, a credere che le privatizzazioni siano riforme necessarie, che il magico tridente Cuperlo-Bersani-Civati, (con Bindi fantasista) salverà l’Italia ma, nel frattempo, Renzi non è poi tanto male perché almeno fa le cose. Fate pure tutto questo e continuate a dirvi di sinistra, ad avere l’Internazionale come suoneria del telefono e a cantare Fischia il Vento al 25 aprile. Fatelo pure. Ma sappiate che ci vorrà coraggio.

Alessandro Boggiani

 

1- Un effetto dirompente di queste manifestazioni potrebbe essere sfatare il mito mediatico per cui la società è bipolarmente divisa tra brava gente che lavora e pericolosi facinorosi NOTAV in passamontagna vicini ai centri sociali che manifestano solo perché vogliono rompere le vetrine. Peccato che le principali testate nazionali sostengano che in piazza c’erano anche esponenti di quest’ultima categoria, sottintendendo che le manganellate delle forze dell’ordine siano sbagliate, ma mica troppo.
2- È sempre bello notare come, nei modelli sociali di riferimento, ogni essere umano dovrebbe avere la possibilità di possedere una fabbrichetta o comunque un’attività in proprio. Peccato che poi, dietro ogni povero piccolo imprenditore vessato dalle tasse, ci siano dei salariati che quell’azienda la tengono in piedi, senza percepire degli utili ma solo il necessario per mangiare e ripresentarsi al lavoro il giorno dopo. Bifolchi: non ce l’hanno un euro per una start-up tutta loro?
3- Parlare di “Governo dei poteri forti”, come ha fatto Susanna Camusso, non ha però senso. In primo luogo perchè il passo che porta alle scie chimiche è davvero troppo breve e in secondo luogo perchè la dizione “poteri forti” rimanda a qualcosa di incommensurabile, di immane, di inconoscibile contro cui nulla può essere fatto. Invece gli interessi che sostengono il Governo e da esso sono appoggiati hanno nomi e cognomi. Anche se è più difficile, bisogna farli. Ci vorrà coraggio.
4- E dire che questi sindacati sono roba morbida: solo la FIOM ha alzato qualche volta la testa, in aperto disaccordo con una Cgil che, in questi anni, ha accettato fortissimi passi indietro dei diritti dei lavoratori e contratti umilianti, facendosi burocratizzare e lottizzare dal suddetto partito. Ma ora nemmeno questo va più bene.

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3 thoughts on “Ce vo’ coraggio

  1. Ce vo’ coraggio ha detto:

    […] Fonte: Rivoltiamonza.wordpress.com […]

  2. Yuri Buccino ha detto:

    L’ha ribloggato su Appunti Scomodi.

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