Archivio mensile:gennaio 2016

LA GRANDE SCOMMESSA


Pubblichiamo di seguito una recensione dell’ultimo film di Adam McKay “La grande scommessa”:

 

Diffidare dei trailer. Sempre. È una parola d’ordine per chiunque vada al cinema oggi. Tranne rari casi (“Il Ponte delle Spie” una porcata sembrava e una porcata realmente è), essi distorcono la realtà per le vendite, facendo apparire molti film totalmente diversi da quel che sono per qualche biglietto in più. E così, a vedere il trailer de “La Grande Scommessa” le impressioni che si ricavano possono essere sostanzialmente due: o un film alla “Ocean’s Eleven”, con un gruppo di supergeni che buggerano la finanza internazionale e fanno un sacco di soldi mentre il mondo va a rotoli, oppure il solito film hollywoodiano qualunquista da senso di colpa, stile “le banche fanno schifo perché ci rubano i soldi, ma il sistema è valido”. E invece, il film è esattamente questo. Ma anche molto di più. È probabilmente il film più radicalmente anticapitalista degli ultimi anni.

Ok, forse questa radicalità è preterintenzionale o addirittura involontaria. Ma c’è. È la storia di sei persone che, separatamente, scoprirono la grande truffa dei mutui subprime e l’imminente tracollo del mercato immobiliare, ci scommisero sopra, vendendo allo scoperto, e fecero un sacco di soldi. L’idealista Steve Carrell, lo squalo Ryan Gosling, il genio nerd Christian Bale capirono che Wall Street aveva una falla. Ma c’è di più. Sì perché se è vero che nei film americani il punto di vista privilegiato sulla vicenda, quello da cui il pubblico (“trattato come un tredicenne” scriveva André Bazin) finirà per giudicare la vicenda è quasi sempre quello del protagonista, qui le redini del fil le tira appunto Carrell, idealista nemico della finanza speculativa che però, alla fine, è costretto dalle circostanze a fare soldi, perché quell’economia è una marea nera, che trascina giù con sé chiunque ci infili un dito. Ma il vero colpo, la vera critica, non sta in questo antisistemismo da Occupy, ma nell’analisi (verrebbe da dire sociologica) che il film compie nei confronti dei tipi umani che l’arricchimento sfrenato tipico del capitalismo aggressivo post yuppie produce. Spogliarelliste che si trasformano in imprenditrici immobiliari, proprietari che affittano in nero a immigrati e firmano i moduli col nome del cane, economisti ottimisti che ritengono il capitalismo una naturale e immutabile condizione dell’uomo, laureate nelle migliori università pronte a qualsiasi marchetta, capi delle agenzie di rating. E poi loro. Sicuramente li avete visti, spulciano i profili Facebook dei vostri ex compagni di scuola. Quei neoarricchiti, 25enni in spezzato senza cravatta, che si crogiolano in un’ideologia tutta “get rich or die tryin’”, tutta “se chiedi quanto costa, è perché non te lo puoi permettere”. Gente che ha fatto, o sta facendo, un mare di soldi in fretta, basandosi qui sul sistema immobiliare, altrove su altre truffe più o meno legalizzate. Nel film, tutti questi personaggi sono dipinti come perfetti cretini, che non hanno la minima competenza: non si sono accorti della bomba che avevano sotto la sedia, non hanno fatto nulla per evitare il tracollo perché, semplicemente, non lo conoscevano. La possibilità di un arricchimento sfrenato, sembra suggerire il film, produce mostri che distruggono il sistema stesso che li ha creati, immersi in un edonismo sfrenato che, tra champagne e feste in piscina, serve solo a coprire un’ignoranza abissale e un tragico cinismo. Magari l’intenzione non era questa ma il risultato è mostrare come la crisi non derivi da errori di singoli individui in un sistema fondamentalmente corretto, ma come sia proprio il capitalismo la radice di alcuni atteggiamenti e delle ingiustizie che ne derivano.

Dopo aver ricordato che l’unico banchiere che finì dietro le sbarre fu uno svizzero, colpevole di aver fatto sparire in una vita la quantità di denaro che le grandi banche americane facevano sparire in una giornata, dopo le drammatiche immagini degli impiegati della Lehman Brothers che se ne vanno, dopo aver esplicitamente sottolineato che la crisi la pagarono lavoratori e immigrati, il film si chiude ricordando che le banche hanno già cominciato a emettere titoli simili a quelli che provocarono la crisi. E questa chiusa odora comunque di marxismo, di capacità di rinnovamento del capitalismo e di crisi cicliche: è quello che il marxismo, appunto, ha sempre sostenuto. Nulla di particolarmente originale, insomma, ma non dobbiamo dimenticarci che stiamo parlando di Hollywood. E Hollywood è sempre Hollywood: un altro volto della barbarie capitalista, come ci ricorderebbe un redivivo Adorno. Ma stavolta la critica al sistema, forse involontariamente, risulta più profonda del solito, ed è giusto sottolinearlo.

P.s. la ragione per cui Brad Pitt è candidato all’Oscar francamente sfugge. Interpreta un insopportabile economista-attivista che dice tre battute in tutto il film.

 

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