Archivio mensile:febbraio 2016

Giorno del ricordo (rimosso)


Anche quest’anno, ancora una volta, ci ritroviamo alla vigilia del 10 febbraio a dover sgomitare nell’ignoranza e nello sciovinismo nostrano per cercare di affermare e far conoscere una verità storica che, se prima era posta in secondo piano per vergogna, oggi è istituzionalmente distorta per ignobile opportunità politica. Ovviamente, stiamo parlando del famigerato “Giorno del ricordo”, brutta copia della più conosciuta Giornata della Memoria dalla quale cerca di prendere spunto per inculcare nella memoria nazionale l’inesistente “Shoah italiana”, infausta definizione coniata da Maurizio Gasparri.

Come già si ripete da anni, questa ricorrenza si fonda essenzialmente su due principali manipolazioni storiche: la cancellazione dalla memoria della politica colonialista, razzista e di annessione perpetrata dall’Italia fascista e la sopravvalutazione delle vittime italiane delle “foibe” (tecnica di condanna a morte ideata dai fascisti italiani), che conduce alla tesi che la guerra partigiana di liberazione jugoslava sia stata una pulizia etnica della popolazione italofona. Per confutare quest’ultima affermazione basterà ricordare i numerosissimi partigiani italiani nelle fila dell’esercito partigiano jugoslavo ed evidenziare la palese strumentalizzazione della questione razziale da parte dei fascisti, prima, e del governo italiano, poi.

BudicinBenussi Il busto dei due partigiani italiani Pino Budicin e Matteo Benussi a Rovinj, Croazia.

Innanzitutto, l’invasione nel 1941 dei territori sloveni, croati e montenegrini da parte delle truppe italiane fu compiuta con un’evidente motivazione colonialista e, per fare ciò, venne sfruttato il fattore razziale. Tuttavia, questa nuova colonia presentava caratteristiche differenti rispetto alle più famose colonie africane. La Venezia Giulia e la Dalmazia, infatti, erano terre di confine, permeabili, nelle quali era difficile distinguere l’italiano dallo slavo e, in molti casi, ciò risultava del tutto inutile a causa dei continui matrimoni misti che avvenivano da secoli. Non era presente un nemico facilmente individuabile come lo erano il negro abissino e l’arabo libico in Africa. Per questi motivi, le differenze di razza furono individuate nella differenziazione più ovvia e funzionale: lo schieramento politico. I fascisti italiani chiamarono slavo chiunque si ribellasse al proprio dominio e tutti i ribelli erano necessariamente considerati dei “partigiani comunisti”.

In senso opposto, la sovrapposizione tra schieramento politico e razza permise all’esercito occupante di potersi avvalere della collaborazione di gruppi slavi filo-fascisti e nazionalisti conservatori. L’italianizzazione dei nomi era utile per due motivi fondamentali da una parte serviva per l’umiliazione e l’eliminazione della presenza della componente slava, che nei territori occupati era quasi sempre maggioritaria, in secondo luogo permetteva ai fascisti slavi dei territori di confine di potersi integrare completamente nei ranghi degli invasori. La strumentalizzazione della fittizia questione razziale in termini politici permise, da una parte di individuare in qualsiasi persona insofferente all’occupazione un nemico “appartenente a una razza inferiore”, dall’altra di poter trovare alleati in chiunque sostenesse la presenza italiana in Jugoslavia. Gli Ustascia e i Cetnici, movimenti politco-militari croati e serbi, furono preziosi alleati dell’invasore. I primi, in particolare, furono finanziati e addestrati in Italia con il supporto di ufficiali del regio esercito fin dalla fine degli anni venti.

ICY-p6-800Addestramento militare degli Ustascia in Italia nei dintorni del loro accampamento, prima dell’attacco alla Jugoslavia.

La parte principale dell’operazione di manipolazione storica del “Giorno del ricordo” è la totale eliminazione da questo “ricordo” della storia jugoslava dal 1941 al 1945. Il periodo dell’occupazione coloniale italiana, infatti, viene completamente rimosso dalla storia. L’invasione di Slovenia, Croazia e Montenegro non è più considerata come tale, al contrario si considera la presenza dell’esercito italiano in quelle terre alla stregua di un retaggio di secoli di presenza di civili italofoni in Jugoslavia, come se semplici abitanti e truppe armate non presentassero sostanziali differenze di sorta. Sempre tramite la giustificazione dell’indiscutibile esistenza di una rilevante minoranza di italiani sull’altra costa adriatica si cerca di nascondere il tentativo sistematico di eliminazione della popolazione slava, della sua storia e della sua cultura.

L’occupazione italiana in Jugoslavia è stata caratterizzata fin dall’inizio dalla continua violazione dei più elementari diritti di guerra dell’esercito jugoslavo e dei diritti umani della popolazione: esecuzioni sommarie di civili, cattura e uccisione di ostaggi, torture a morte di prigionieri ed eliminazione fisica di interi villaggi e dei loro abitanti. Non mi soffermerò qui sul lunghissimo elenco di crimini e genocidi compiuti dai fascisti italiani e slavi, basterà ricordare che anche solo il sospetto di aver aiutato in qualsiasi modo la Resistenza partigiana era sufficiente per condannare a morte senza processo una persona e che gli ostaggi catturati e uccisi erano quasi sempre donne e bambini parenti di partigiani o abitanti di un villaggio in cui si sospettava fosse attiva la Resistenza.

L’altra grande rimozione di fondamentale importanza per la diffusione della retorica del “Giorno del ricordo” è l’esistenza, nel territorio della Croazia occupata, di campi di sterminio. Numerosi furono, durante il Ventennio, i campi di concentramento istituiti in Italia da parte del regime fascista. Nello stesso modo, simili campi furono creati nei territori occupati dall’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale. I prigionieri jugoslavi venivano deportati in campi in Italia, Albania, Slovenia e appunto in Croazia. Tra i questi vi erano i famigerati campi di Arbe (Rab) e Gonars. I prigionieri erano uomini, donne e bambini slavi, arrestati con accuse riguardanti azioni di partecipazione alla Resistenza e opposizione politica.

29-9Il campo di sterminio di Arbe (Rab), Croazia.

Le condizioni di vita dei campi erano a dir poco disumane, le testimonianze dei sopravvissuti raccontano di estrema scarsità di cibo e acqua, mancanza di alloggi, di riscaldamento e di qualsiasi tipo di igiene. L’obbiettivo dichiarato degli alti ranghi dell’esercito occupante era di concentrare ed eliminare soggetti politicamente pericolosi e le loro famiglie. Gli internati erano scientemente trattati in modo da privarli della loro salute. La percentuale del numero di morti in questi campi fu altissima, i fascisti italiani non avevano alcun interesse nella loro sopravvivenza, la repressione politica diveniva pulizia etnica. I campi nei Balcani furono più di 200 e le stime riguardanti il numero di morti variano tra i 250.000 calcolati nei documenti ufficiali e i 600.000 stimati dal governo jugoslavo.

Insomma, la retorica da “italiani brava gente” riguardo alla nostra politica coloniale non regge e non ha mai potuto reggere. Ma, in quest’ottica di rimozione, tutto è possibile, perfino far legittimare dal Parlamento della Repubblica una commemorazione nata nella R.S.I., quello stato fantoccio della Germania nazista fondato nel Nord Italia occupato dai tedeschi. L’antesignano del nostro “Giorno del ricordo”, infatti, fu la “celebrazione dei […] Caduti nella lotta […] contro il comunismo partigiano” istituita il 30 gennaio del 1944 “per disposizione del Duce”. Leggendo l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 20 gennaio dello stesso anno, con l’annuncio dell’imminente commemorazione, si possono ritrovare le stesse letture, la stessa retorica e le stesse rimozioni che abbiamo analizzato in precedenza, operate più di 60 anni prima della legge della Repubblica che istituisce il “Giorno del ricordo”.

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La manipolazione storica e l’ignoranza deliberata degli avvenimenti hanno permesso, incredibilmente, la rilettura del colonialismo italiano in chiave vittimistica e pongono, coscientemente o meno, solide basi per una generale rilettura storica e politica del fascismo. Non sarà un caso che le associazioni più attive sul tema sono formazione neo-fasciste e neo-naziste. La tanto sottolineata sofferenza dei profughi istriani, gli anni vissuti in villaggi di case prefabbricate e la lunga attesa per vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana, dovrebbero essere pagati dal nostro Stato, non dalla Slovenia, che recentemente ha riconosciuto un indennizzo simbolico agli esuli. La vergogna per i crimini di guerra e le violazioni di qualsiasi elementare diritto umano nei territori dell’ex-Jugoslavia compiuti dal nostro esercito fascista durante l’occupazione coloniale dovrebbe prendere il sopravvento su qualsiasi futile richiesta di risarcimento inviata al governo di Ljubljana. Ma in Italia, si sa, siamo più bravi a fare le vittime che a prenderci le nostre responsabilità.

P.s. nonostante le ripetute richieste nel dopoguerra, nessuno degli oltre 800 criminali di guerra italiani ricercati in Jugoslavia furono estradati per essere processati, come era stato stabilito dagli Alleati nell’accordo di Mosca. Tutti i criminali fascisti godettero della protezione dello Stato italiano, degli Stati Uniti e dell’Inghilterra, interessati più a sostenere un governo anti-comunista in Italia che a permettere che venisse fatta giustizia.

Questo breve articolo, in alcun modo esaustivo delle numerose problematiche riguardanti la storia del colonialismo italiano e la rilettura innocentista che ne viene fatta, vuole avere lo scopo di introdurre o stimolare l’interesse riguardo all’argomento trattato. Per chi volesse approfondire le varie questioni accennate si consigliano queste fonti liberamente accessibili:

Fascist Legacy, documentario sui crimini del fascismo nelle colonie italiane https://youtu.be/2IlB7IP4hys

Documenti riguardanti la questione delle foibe e il “Giorno del ricordo”, dal sito Dieci febbraio millenovecentoquarantasette http://www.diecifebbraio.info/documenti/


V.A.F.

 

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