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SOLIDARIETA’ AI LAVORATORI K-FLEX


I Giovani Comunisti di Monza e Brianza – giovanile di Rifondazione Comunista – Federazione di Monza e Brianza – ha devoluto 200 euro sul conto corrente intestato al Fondo di solidarietà istituito da CGIL, CISL e UIL per sostenere la lotta incessante dei lavoratori K-Flex in presidio permanente da gennaio fuori dai cancelli dell’azienda per contestare i 187 licenziamenti.
Dopo aver ricevuto i finanziamenti europei, l’azienda chimica – con logiche aziendalistiche e padronali – vuole delocalizzare la produzione per abbattere il costo del lavoro, rovinando la vita a quasi 200 famiglie.
Il nostro è un piccolo contributo per sostenere la lotta. Al contributo accompagniamo tutta la nostra solidarietà e la nostra indignazione: è giusto lottare per i propri diritti!
Chiederemo un intervento di solidarietà e denuncia anche al Segretario nazionale di Rifondazione, Maurizio Acerbo, e alla Europarlamentare Eleonora Forenza, a nome della Sinistra Europea.

 

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Giorno del ricordo (rimosso)


Anche quest’anno, ancora una volta, ci ritroviamo alla vigilia del 10 febbraio a dover sgomitare nell’ignoranza e nello sciovinismo nostrano per cercare di affermare e far conoscere una verità storica che, se prima era posta in secondo piano per vergogna, oggi è istituzionalmente distorta per ignobile opportunità politica. Ovviamente, stiamo parlando del famigerato “Giorno del ricordo”, brutta copia della più conosciuta Giornata della Memoria dalla quale cerca di prendere spunto per inculcare nella memoria nazionale l’inesistente “Shoah italiana”, infausta definizione coniata da Maurizio Gasparri.

Come già si ripete da anni, questa ricorrenza si fonda essenzialmente su due principali manipolazioni storiche: la cancellazione dalla memoria della politica colonialista, razzista e di annessione perpetrata dall’Italia fascista e la sopravvalutazione delle vittime italiane delle “foibe” (tecnica di condanna a morte ideata dai fascisti italiani), che conduce alla tesi che la guerra partigiana di liberazione jugoslava sia stata una pulizia etnica della popolazione italofona. Per confutare quest’ultima affermazione basterà ricordare i numerosissimi partigiani italiani nelle fila dell’esercito partigiano jugoslavo ed evidenziare la palese strumentalizzazione della questione razziale da parte dei fascisti, prima, e del governo italiano, poi.

BudicinBenussi Il busto dei due partigiani italiani Pino Budicin e Matteo Benussi a Rovinj, Croazia.

Innanzitutto, l’invasione nel 1941 dei territori sloveni, croati e montenegrini da parte delle truppe italiane fu compiuta con un’evidente motivazione colonialista e, per fare ciò, venne sfruttato il fattore razziale. Tuttavia, questa nuova colonia presentava caratteristiche differenti rispetto alle più famose colonie africane. La Venezia Giulia e la Dalmazia, infatti, erano terre di confine, permeabili, nelle quali era difficile distinguere l’italiano dallo slavo e, in molti casi, ciò risultava del tutto inutile a causa dei continui matrimoni misti che avvenivano da secoli. Non era presente un nemico facilmente individuabile come lo erano il negro abissino e l’arabo libico in Africa. Per questi motivi, le differenze di razza furono individuate nella differenziazione più ovvia e funzionale: lo schieramento politico. I fascisti italiani chiamarono slavo chiunque si ribellasse al proprio dominio e tutti i ribelli erano necessariamente considerati dei “partigiani comunisti”.

In senso opposto, la sovrapposizione tra schieramento politico e razza permise all’esercito occupante di potersi avvalere della collaborazione di gruppi slavi filo-fascisti e nazionalisti conservatori. L’italianizzazione dei nomi era utile per due motivi fondamentali da una parte serviva per l’umiliazione e l’eliminazione della presenza della componente slava, che nei territori occupati era quasi sempre maggioritaria, in secondo luogo permetteva ai fascisti slavi dei territori di confine di potersi integrare completamente nei ranghi degli invasori. La strumentalizzazione della fittizia questione razziale in termini politici permise, da una parte di individuare in qualsiasi persona insofferente all’occupazione un nemico “appartenente a una razza inferiore”, dall’altra di poter trovare alleati in chiunque sostenesse la presenza italiana in Jugoslavia. Gli Ustascia e i Cetnici, movimenti politco-militari croati e serbi, furono preziosi alleati dell’invasore. I primi, in particolare, furono finanziati e addestrati in Italia con il supporto di ufficiali del regio esercito fin dalla fine degli anni venti.

ICY-p6-800Addestramento militare degli Ustascia in Italia nei dintorni del loro accampamento, prima dell’attacco alla Jugoslavia.

La parte principale dell’operazione di manipolazione storica del “Giorno del ricordo” è la totale eliminazione da questo “ricordo” della storia jugoslava dal 1941 al 1945. Il periodo dell’occupazione coloniale italiana, infatti, viene completamente rimosso dalla storia. L’invasione di Slovenia, Croazia e Montenegro non è più considerata come tale, al contrario si considera la presenza dell’esercito italiano in quelle terre alla stregua di un retaggio di secoli di presenza di civili italofoni in Jugoslavia, come se semplici abitanti e truppe armate non presentassero sostanziali differenze di sorta. Sempre tramite la giustificazione dell’indiscutibile esistenza di una rilevante minoranza di italiani sull’altra costa adriatica si cerca di nascondere il tentativo sistematico di eliminazione della popolazione slava, della sua storia e della sua cultura.

L’occupazione italiana in Jugoslavia è stata caratterizzata fin dall’inizio dalla continua violazione dei più elementari diritti di guerra dell’esercito jugoslavo e dei diritti umani della popolazione: esecuzioni sommarie di civili, cattura e uccisione di ostaggi, torture a morte di prigionieri ed eliminazione fisica di interi villaggi e dei loro abitanti. Non mi soffermerò qui sul lunghissimo elenco di crimini e genocidi compiuti dai fascisti italiani e slavi, basterà ricordare che anche solo il sospetto di aver aiutato in qualsiasi modo la Resistenza partigiana era sufficiente per condannare a morte senza processo una persona e che gli ostaggi catturati e uccisi erano quasi sempre donne e bambini parenti di partigiani o abitanti di un villaggio in cui si sospettava fosse attiva la Resistenza.

L’altra grande rimozione di fondamentale importanza per la diffusione della retorica del “Giorno del ricordo” è l’esistenza, nel territorio della Croazia occupata, di campi di sterminio. Numerosi furono, durante il Ventennio, i campi di concentramento istituiti in Italia da parte del regime fascista. Nello stesso modo, simili campi furono creati nei territori occupati dall’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale. I prigionieri jugoslavi venivano deportati in campi in Italia, Albania, Slovenia e appunto in Croazia. Tra i questi vi erano i famigerati campi di Arbe (Rab) e Gonars. I prigionieri erano uomini, donne e bambini slavi, arrestati con accuse riguardanti azioni di partecipazione alla Resistenza e opposizione politica.

29-9Il campo di sterminio di Arbe (Rab), Croazia.

Le condizioni di vita dei campi erano a dir poco disumane, le testimonianze dei sopravvissuti raccontano di estrema scarsità di cibo e acqua, mancanza di alloggi, di riscaldamento e di qualsiasi tipo di igiene. L’obbiettivo dichiarato degli alti ranghi dell’esercito occupante era di concentrare ed eliminare soggetti politicamente pericolosi e le loro famiglie. Gli internati erano scientemente trattati in modo da privarli della loro salute. La percentuale del numero di morti in questi campi fu altissima, i fascisti italiani non avevano alcun interesse nella loro sopravvivenza, la repressione politica diveniva pulizia etnica. I campi nei Balcani furono più di 200 e le stime riguardanti il numero di morti variano tra i 250.000 calcolati nei documenti ufficiali e i 600.000 stimati dal governo jugoslavo.

Insomma, la retorica da “italiani brava gente” riguardo alla nostra politica coloniale non regge e non ha mai potuto reggere. Ma, in quest’ottica di rimozione, tutto è possibile, perfino far legittimare dal Parlamento della Repubblica una commemorazione nata nella R.S.I., quello stato fantoccio della Germania nazista fondato nel Nord Italia occupato dai tedeschi. L’antesignano del nostro “Giorno del ricordo”, infatti, fu la “celebrazione dei […] Caduti nella lotta […] contro il comunismo partigiano” istituita il 30 gennaio del 1944 “per disposizione del Duce”. Leggendo l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 20 gennaio dello stesso anno, con l’annuncio dell’imminente commemorazione, si possono ritrovare le stesse letture, la stessa retorica e le stesse rimozioni che abbiamo analizzato in precedenza, operate più di 60 anni prima della legge della Repubblica che istituisce il “Giorno del ricordo”.

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La manipolazione storica e l’ignoranza deliberata degli avvenimenti hanno permesso, incredibilmente, la rilettura del colonialismo italiano in chiave vittimistica e pongono, coscientemente o meno, solide basi per una generale rilettura storica e politica del fascismo. Non sarà un caso che le associazioni più attive sul tema sono formazione neo-fasciste e neo-naziste. La tanto sottolineata sofferenza dei profughi istriani, gli anni vissuti in villaggi di case prefabbricate e la lunga attesa per vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana, dovrebbero essere pagati dal nostro Stato, non dalla Slovenia, che recentemente ha riconosciuto un indennizzo simbolico agli esuli. La vergogna per i crimini di guerra e le violazioni di qualsiasi elementare diritto umano nei territori dell’ex-Jugoslavia compiuti dal nostro esercito fascista durante l’occupazione coloniale dovrebbe prendere il sopravvento su qualsiasi futile richiesta di risarcimento inviata al governo di Ljubljana. Ma in Italia, si sa, siamo più bravi a fare le vittime che a prenderci le nostre responsabilità.

P.s. nonostante le ripetute richieste nel dopoguerra, nessuno degli oltre 800 criminali di guerra italiani ricercati in Jugoslavia furono estradati per essere processati, come era stato stabilito dagli Alleati nell’accordo di Mosca. Tutti i criminali fascisti godettero della protezione dello Stato italiano, degli Stati Uniti e dell’Inghilterra, interessati più a sostenere un governo anti-comunista in Italia che a permettere che venisse fatta giustizia.

Questo breve articolo, in alcun modo esaustivo delle numerose problematiche riguardanti la storia del colonialismo italiano e la rilettura innocentista che ne viene fatta, vuole avere lo scopo di introdurre o stimolare l’interesse riguardo all’argomento trattato. Per chi volesse approfondire le varie questioni accennate si consigliano queste fonti liberamente accessibili:

Fascist Legacy, documentario sui crimini del fascismo nelle colonie italiane https://youtu.be/2IlB7IP4hys

Documenti riguardanti la questione delle foibe e il “Giorno del ricordo”, dal sito Dieci febbraio millenovecentoquarantasette http://www.diecifebbraio.info/documenti/


V.A.F.

 

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Distruggere la Forza


 

 

 Non c’è mai stato un Impero, non c’è mai stata una ribellione,

c’è solo la Forza, ed è malvagia.

 

 di Sam Kriss

 

Due storie riguardanti Joseph Campbell, l’influente mitologo comparativo americano, e lo spazio profondo. La prima storia, riportata da un suo conoscente in una lettera[1] al New York Review of Books: in occasione del primo allunaggio nel 1969, Campbell disse a uno studente, così dal nulla, che la Luna “sarebbe il posto giusto dove mettere gli ebrei”. La seconda storia è Star Wars.

Campbell è principalmente conosciuto per essere l’ideatore del “Monomito”, come scrisse nel suo libro L’eroe dai mille volti[2].  Una sorta di pseudo strutturalismo, egli pensava che tutti i miti creati dall’uomo in tutte le culture conosciute avessero la stessa struttura di base. Campbell sosteneva che ciò che tutte le culture degne di interesse hanno in comune sia un’ammirazione per il Grande Eroe, e la storia del suo Viaggio.

Il Viaggio dell’Eroe è questo: il nostro protagonista comincia in un mondo mediocre, monotono; egli (quasi sempre si tratta di un lui) parte in cerca di avventura, viene catapultato in un mondo vasto e strano nel quale scopre nuove sorprendenti abilità, affronta suo padre, sconfigge il maligno, porta a compimento il suo grandioso destino, e ritorna a casa come un uomo cambiato. Non si tratta solamente del fatto che i film originali di Star Wars mettono in scena parte di questa struttura: George Lucas è stato un avido lettore di Campbell, speculando attivamente sulla sua teoria, valutando che se quella narrazione fosse tanto universale quanto sosteneva, un film che aderisse strettamente a tale progressione non sarebbe potuto essere altro che un fenomeno al botteghino.

Questo potrebbe essere il motivo per cui in Star Wars ogni cosa è presentata in termini tanto generici. La storia dell’eroe e del grande maligno non può ammettere nessun tipo di peculiarità; l’Impero Galattico non ha nulla di tanto crudele come nome in sé; l’Alleanza Ribelle non è caratterizzata da nulla di tanto importante quanto un’ideologia esplicitata. Tutto ciò che ci è dato sapere è che una fazione è buona e l’altra è malvagia – tutto ciò ci viene riferito, nei titoli di testa che scorrono sullo schermo. (Il principio di identità è forte in questo senso per tutto il tempo – si noti, per esempio, che ogni pianeta della Galassia sembra avere un’unica condizione presente; piloti la tua nave verso il mondo di Yoda e lui si trova immediatamente lì per incontrarti.)

Star Wars cerca di riferirsi molto superficialmente alla politica reale, così che Ronald Reagan possa vedere l’Impero del Male come un’immagine dell’Unione Sovietica, mentre ai criticoni liberali viene concesso di evidenziare l’ironia di enormi e invidiose società di intrattenimento che raccontano storie di rivoluzioni armate contro tutti i monoliti, per poi ricoprire il mondo di ciarpame scopiazzato da altri.

Questo discorso dà però per scontato che la storia di Campbell sia realmente universale e assoluta, un qualcosa che preceda la cultura e l’ideologia. Il che è falso: si tratta in realtà del prodotto dell’ecumenismo di un antisemita, il genere di sincretismo culturale frullato che Umberto Eco descrive come la condizione primigenia del fascismo.

Guardate all’Alleanza Ribelle di Star Wars, davvero, guardateli attentamente e provate a trovare in loro un aspetto qualcosa che possa ricordare una rivoluzione radicalmente democratica contro una tirannia. Qual è la composizione di classe di questi ribelli? Tra quelli di cui siamo a conoscenza ci sono: un membro di una famiglia reale ereditaria, un piccolo criminale, un ex governatore di una città di cui era proprietario e il figlio adottivo di proprietari terrieri (e, molto probabilmente, schiavisti) che è inoltre parte, per lignaggio, di un antico ordine religioso di cavalieri aristocratici.

All’inizio di Una nuova speranza[3], scopriamo che l’Alleanza sta guadagnando consensi tra le fila del Senato Imperiale, e i Senati Imperiali solitamente non sono moto affezionati ai rivoluzionari veri e propri. Prendete in considerazione la tattica dell’Alleanza. Ogni volta che incontriamo i ribelli, loro si sono costruiti da sé una base su un qualche pianeta deserto, e son lì a stoccare armamenti pesanti.

Come ogni buon studioso di Mao sa, un movimento rivoluzionario può avere successo solo se è in grado di conquistare la fiducia della popolazione; occupare il territorio è una tattica portata avanti dallo Stato, non da chi cerca di rovesciarlo. Non vediamo mai i ribelli venire protetti dagli Stormtroopers da contadini riconoscenti (quando invece si alleano con gli Ewok, lo fanno con uno spirito di auto-elezione puramente coloniale); non vediamo mai la propaganda dell’Alleanza esser fatta girare segretamente fra gli oppressi; non vediamo mai un’indicazione del fatto che questa fazione armata possa avere un qualche genere di mandato popolare o cose del genere. Non si tratta però solamente di un’infantile idea borghese di ultra-sinistra – blanquismo nello spazio.

Alla fine di L’Impero colpisce ancora[4], vediamo per la prima volta una flotta dell’Alleanza Ribelle al completo; enormi astronavi informi per competere con quelle dell’Impero. Ma non sono costose le navi da guerra? Chi sta finanziando queste persone? Considerate che quando vediamo la flotta, questa è posizionata al di fuori della Galassia. C’è un nome per gruppi come l’Alleanza Ribelle. E non è freedom fighters, ma Contras, squadroni della morte fascisti.

La risposta politica istintiva è forse troppo semplice: né l’Impero Galattico né l’Alleanza Ribelle, ma il socialismo interplanetario! Questo non è affatto illegittimo, e ci sono posizioni molto peggiori da cui partire rispetto al rifiuto dei termini del conflitto, ma questo discorso ci porterebbe solo troppo in là. Tuttavia non dovremmo nemmeno prendere la posizione opposta pensando che se i ribelli sono cattivi, allora i Sith devono essere per forza buoni. C’è un’altra cosa che sta succedendo.

Campbell aveva torto, ma la scommessa ha pagato comunque: Star Wars è stato un enorme successo – il marchio è ora al suo terzo giro; questa settimana [questo articolo è stato pubblicato il 18 dicembre 2015, n.d.t.] Il risveglio della forza sembra pronto a infrangere ogni record al botteghino, un’altra volta ancora. Parte di ciò può essere attribuito al fatto che la cultura pop è intrinsecamente fascista, e quella nerd lo è specialmente. Ma c’è anche un motivo per cui Star Wars funziona veramente come un mito moderno, con tutti i poteri esplicativi del mito – non a causa della semplicità favolistica delle sue categorie, ma specificamente perché il mondo che rappresenta è asimmetrico, vuoto e in rovina.

Per esempio: che cos’è esattamente l’Impero Galattico? È strano: è qualcosa che è del tutto onnipresente, ma tuttavia non può essere trovato in nessun luogo. L’Impero governa l’intera galassia, ma tutto ciò che vediamo sono zone di confine: mondi corrotti e disseminati di banditi; colonie minerarie autonome; pianeti abitati solo da tempeste e mostri; fantasie bucoliche pre-agricole. Ci sono navicelle da guerra e soldati, anche a migliaia, ma ciò dimostra solo l’esistenza di un confine, non di qualcosa dall’altra parte. L’Impero è vuoto al suo interno, non è nulla di più che i suoi stessi confini. Se hai dei cantieri navali, perché costruisci le tue piattaforme armate sulla Luna boscosa di Endor?

In Una nuova speranza gli eroi saltano attraverso un pannello dentro la pulita, lucida, fascio-modernista Morte Nera, scappano attraverso il buco, e si ritrovano in un orrore primordiale di un sistema di smaltimento dei rifiuti: la stanza è piena di fango nero, fino alle ginocchia, e un Qualcosa orribilmente zannuto sta strisciando sotto…

Essenzialmente l’orrore dell’Impero Galattico è l’orrore di qualcosa che ha una forma ma non una materialità; un cadavere ambulante, completo di vermi.

Ma lasciando perdere l’Impero – che dire della Forza? “Ci circonda e ci penetra”, dice Obi-Wan. “Tiene insieme la Galassia”. Qualcosa come il Dio di Spinoza, o il Dao, con la sua divisione binaria di opposizione dei principi di buio e luce. Se non che, dal momento che il Lato Oscuro della Forza viene nominato talmente tante volte che molti spettatori di Star Wars sono portati a dare per scontato che esista un Lato Luminoso, in realtà in nessuno dei film viene citato.

Obi-Wan dichiara di aver “percepito un grande disturbo nella Forza”. L’Imperatore Galattico usa esattamente la stessa frase nel film successivo. Anakin Skywalker è colui che è stato profetizzato che “porterà equilibrio nella Forza”. La Forza è forse fuori equilibrio? Non può aver niente a che fare allora con il Dao, l’armonia nascosta in cui ogni cosa è sospesa; è molto più simile all’aperion di Anassimandro, secondo la lettura che ne danno Heidegger e Derrida.

Anassimandro, il primo filosofo greco ad aver messo per iscritto il suo pensiero, ha lasciato ai posteri un unico frammento:

 

Da dove gli esseri hanno origine,

Lì hanno anche la distruzione,

Secondo necessità:

Poiché essi pagano l’uno all’altro la dike [giustizia, congiuntura] e

l’espiazione della adikia [ingiustizia, disgiuntura]

Secondo l’ordine del Tempo.

L’apeiron, o l’infinito, è questo dove e questo lì: in altre parole, è la Forza. Heidegger pensava che Anassimandro, essendo vissuto molto tempo fa in un’ontologia lontana lontana, fosse arrivato a qualcosa che la filosofia successiva, con la sua confusione di concetti, aveva reso oscuro: le cose sono sempre ancora parzialmente incomplete, il loro essere frammentarie è una modificazione della totalità dell’Essere in quanto tale.

Nella lettura di Heidegger le cose, per compensare la loro ingiustizia, possono solo essere distrutte nell’apeiron, essere annullate in tutti i loro particolari nell’indifferenza dell’infinito. In Spettri di Marx[5], Derrida sostiene invece che questa ingiustizia può essere solamente vista “in relazione all’altro” il che deve richiedere “l’irriducibile eccesso di una disgiuntura”. Lungo il libro egli ritorna sulla frase di Amleto, che “sembra offrire un’accoglienza predestinata”. “Il tempo è fuori di sesto”, dice Amleto – il che non è un male.

Darth Vader sarebbe dovuto essere il Prescelto, che avrebbe portato equilibrio alla Forza; invece è diventato un tiranno assassino. Questa non è in alcun modo una contraddizione: la Forza è il suo lato oscuro, l’ordine dispotico che annulla ogni cosa nella monotonia. Portare equilibrio nella Forza non significa pace universale, significa dar fuoco alla Morte Nera.

I Jedi e i Sith o l’Impero e l’Alleanza non sono realmente forze opposte; sono entrambe dalla parte della congiuntura. Se solo un Sith vive di assoluti, allora i film di Star Wars sono un Sith. La Forza somiglia alla caratterizzazione grottesca[6] di Adorno dello spirito del mondo hegeliano: “gronda di sofferenza e fallibilità”; “sentire il suo sussurro” richiede il “brivido di qualcosa che possa sopraffare e che sia al tempo stesso privo di qualità”. Non c’è mai stato un Impero, non c’è mai stata una ribellione, c’è solo la Forza, ed è malvagia.

Ed è perfettamente dimostrato nei tristemente sottostimati prequel di Star Wars. Qui ci viene mostrata la realtà della situazione della trilogia originale. Gli Jedi – un ricco, potente, aristocratico ordine militare, inaccostabile a qualunque visione democratica e pomposamente agghindato in tuniche contadine – vengono mostrati mentre entrano in battaglia al fianco di armate di proto – Stormtroopers, conducendo una guerra di sterminio contro dei ben poco definiti separatisti, la cui visione che la Repubblica sia essenzialmente malvagia si rivela essere assolutamente corretta. Gli Yoda e gli Obi – Wan e Skywalker del mondo sono politicamente allineati con una forma di potere nichilistica e omicida al di là della galassia: lo sono sempre stati.

I nerd hanno odiato la trilogia prequel; il loro grande timore riguardo il nuovo film di Star Wars è che possa essere un altro La minaccia fantasma[7]. Il che non coglie il punto: è sempre stato destinato ad essere un altro La minaccia fantasma, dal momento in cui è stato concepito. Indipendentemente da quello che dice George Lucas. Un prequel può trarre il suo significato dal fatto che viene visto dopo e in relazione all’originale.

La minaccia fantasma descrive ciò che avviene immediatamente dopo gli eventi di Il ritorno dello Jedi. Non c’è nessuna Morte Nera, ma il malvagio rimane, e coloro che dovrebbero essere i buoni sono nel bel mezzo di esso.

Non ho ancora visto Il risveglio della Forza, ma alcune conclusioni si possono trarre facilmente. In primo luogo, il titolo ha decisamente un’inclinazione heideggeriana: verità, per come la definisce nei Concetti fondamentali della metafisica[8], significa “lasciare che ciò che sta dormendo si svegli”. Il risveglio della massa, in opposizione alla coscienza della massa, è una nozione dagli inevitabili risvolti fascisti. Basandosi sull’esperienza degli ultimi James Bond, e sulle precedenti fatiche di Abrams con Star Trek, si prospetta essere una noiosa minestra riscaldata con pseudo-postmodernisti riferimenti alla trilogia originale, per far felici i fan; mentre i prequel avevano provato ad estendere la storia, i sequel probabilmente la ricapitoleranno soltanto.

Un nuovo surrogato al posto dell’Impero, un nuovo sostituto dell’Alleanza, per rinforzare la perfetta omogeneità della visione della giustizia di Star Wars, per nascondere con finte guerre e falsi imperi il fatto che la nostra unica speranza non sia quella di risvegliare la Forza, ma di distruggerla completamente.

 

[fonte: Jacobin Magazine, https://www.jacobinmag.com/2015/12/star-wars-the-force-awakens-empire-joseph-campbell-george-lucas/]

 

Traduzione di Valerio Fiori

[1]http://www.nybooks.com/articles/1989/11/09/joseph-campbell-an-exchange/

[2]https://books.google.it/books?id=I1uFuXlvFgMC&redir_esc=y

[3]Cioè, per i non esperti, il primo film realizzato nel 1977, l’episodio IV [n.d.t.]

[4]Il secondo film del 1980, l’episodio V [n.d.t.]

[5]https://books.google.it/books?id=sEENbAP5FZsC&redir_esc=y

[6]https://books.google.it/books?id=5ppaldMS7XQC&redir_esc=y

[7]Il quarto film del 1999, l’episodio I [n.d.t.]

[8]https://books.google.it/books?id=ZYU9tyb4K2wC&redir_esc=y

 

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FACCIAMOCI GIUSTIZIA DA SOLI


Un ladro si intrufola in un’abitazione e l’inquilino lo uccide con un colpo di pistola. Questo, a grandi linee, quello che è successo qualche giorno fa nella casa di un pensionato di Vaprio D’Adda. Come spesso succede in questi casi di cronaca l’opinione pubblica si infiamma e i social network esplodono di interventi in favore dell’una o dell’altra parte. Noi preferiamo inserire la questione in uno scenario più ampio da prendere in analisi.

Ciò a cui assistiamo all’interno del dibattito non può non farci constatare un imbarbarimento generale dello scenario sociale. È il trionfo dell’individualismo selvaggio, della legge del più forte, del sentimento di necessaria difesa contro tutto e tutti per sopravvivere che si trasforma all’occorrenza in attacco. Questa è la realtà costruita dal capitalismo che la sua attuale forma neoliberista esalta a dismisura. Un mondo in cui le masse sono disilluse dalla politica che sentono sempre più distante, rassegnate all’inevitabilità del dogma di mercato secondo cui chi riesce a prevalere sugli altri vince, o meglio, non perde.

L’irrefrenabile mercato libero ci pone davanti ad un ciclo mostruoso. La ricchezza si accumula nelle mani di una cerchia sempre più ristretta di persone, la povertà dilaga favorendo la crescita della forza malavitosa in interi quartieri e troppe persone si affidano alla criminalità e ai furtarelli pur di sopravvivere in questo inferno. I settori della politica piegati al dogma neoliberista – attualmente la stragrande maggioranza dell’arco parlamentare –, quando non sono totalmente complici in prima persona, non riescono a trovare una soluzione che risolva il problema alla radice, perché essi stessi fanno parte della radice, che ne siano consapevoli o meno. Allora, si dirà, devo farmi giustizia da solo! Se qualcuno cerca di appropriarsi di quel poco che sono riuscito a racimolare dopo essermi battuto contro tutto e tutti, devo potermi difendere! Dunque non mi resta che esercitare l’unico vero diritto di cui posso godere nel mondo capitalista: comprare. Comprare armi e difendermi, perché in questo mondo devo ammazzare prima che ammazzino me. Con grande piacere dei produttori di armi. Il mercato ha creato il problema, il mercato ha offerto la soluzione.

La campagna a favore della giustizia “fai dai te” della Lega Nord ha messo in chiaro il vero ruolo di baluardo del neoliberismo del partito di Salvini, a parole contro i “poteri forti”, nei fatti semplice sostenitore di alcuni settori della borghesia contro altri. La Lega non fa altro che sostenere la logica prima esposta: c’è chi vince e c’è chi perde, chi vince deve difendere a tutti i costi il proprio bottino. Con la sua recente e terribile proposta – un contributo comunale per chi voglia acquistare un’arma – il leghista Buonanno dimostra chiaramente di chi sono le tasche che la Lega vuole riempire: lobby e multinazionali. Le tasche di pochi, non le tasche dei lavoratori, delle classi meno abbienti e nemmeno le tasche di chi, dopo aver portato a casa un’arma, si sentirà più sicuro.

Questo modello sociale che impone la legge del più forte ad ogni individuo deve essere abbattuto, ma non possiamo aspettarci che a farlo siano gli stessi che lo hanno generato. Il modello sociale alternativo, quello in cui le persone collaborano e non si ammazzano, si chiama socialismo e a costruirlo devono essere le classi subalterne unite e non più messe le une contro le altre.

Dunque sì, facciamoci giustizia da soli. Contro il vero nemico, però.

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Analisi dei dati e dei flussi migratori della Provincia di Monza e Brianza


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Parlare di numeri reali può aiutare a ridimensionare l’allarmismo prodotto dalla campagna politica mediatica della lega Nord contro i migranti e la presunta “invasione” in atto sul territorio.

In Provincia vivono – al 31/12/2014 – poco più di 74.000 stranieri, circa 1.000 in più rispetto al 2013 (+1,24%).
Una media di 1.350 stranieri per Comune (che sono 55).
Nel 2012 le statistiche Caritas-Migrantes parlano di 5 milioni di stranieri sul territorio nazionale, pari all’8,2% della popolazione.

In Brianza vivono in totale 864.557 persone (con una lieve crescita rispetto al 2013 dello 0,22%, comunque prossima alla crescita zero e di segno positivo solo grazie ai nuovi stranieri). Sul totale dei brianzoli quindi l’8,58% è straniero (nel 2013 era l’8,50%). Un dato in linea con le statistiche nazionali (che dal 2012 ad oggi avranno sicuramente visto un aumento percentuale).
La Provincia di Monza e Brianza ha avuto dal 2006 al 2013 una forte pressione migratoria, cresciuta quasi del 60%, il numero di migranti residenti a livello regionale rimane comunque maggiore in altre provincie, quali Milano, Brescia, Bergamo, Varese.

Sono presenti più donne straniere che uomini (circa 3.000 donne in più rispetto agli uomini); sul totale delle donne brianzole l’8,79% è straniera, gli uomini stranieri sono l’8,37%.

Le nazionalità sono molto varie, in tutto sono rappresentati 153 paesi, ma il 50% degli stranieri appartiene a queste 5 nazionalità: romena, marocchina, albanese, ucraina e pakistana.
Un quarto degli stranieri è romeno e marocchino, i romeni – gruppo più numeroso (13.625 individui) seguito da marocchini (7.569), albanesi (6.962), ucraini (4.601) e pakistani (4.428) – da soli rappresentano il 18% degli stranieri e l’1,58% della popolazione residente in Provincia.
A seguire Ecuador, Perù, Egitto, Cina, Bangladesh.

Gli europei sul territorio sono 16.623, pari al 22% degli stranieri e all’1,9% della popolazione, i restanti 57.589 sono extraeuropei (77% degli stranieri, 6,6% della popolazione).

I dati di genere modificano lievemente la classifica.
Il nucleo straniero maschile più ampio è quello romeno (6.404), poi marocchino (4.111), albanese (3.608), pakistano (2.699) ed egiziano (2.113). Il nucleo femminile maggioritario invece è romeno (7.221), ucraino (3.572), marocchino (3.458), albanese (3.354) ed ecuadoregno (2.490).
Da notare alcune distribuzioni di genere spostate di più su un sesso: le ucraine sono più del doppio degli ucraini, lo stesso vale per le donne moldave, brasiliane, polacche, russe, cubane, thailandesi. All’inverso i maschi pakistani, egiziani, senegalesi raddoppiano rispetto alle donne della stessa nazionalità presenti.

Il primo paese UE per immigrati in Provincia è la Romania (al 1° posto per immigrazione), seguita al 19° posto per numerosità territoriale dalla Polonia (604), Spagna (456), Francia (386), Germania (349), UK (335), Croazia (199).
Da notare la presenza di 6 apolidi.

In sintesi su 100 brianzoli troverete solo 8 stranieri (alla faccia dell’invasione!) di cui solo 6 provenienti da Paesi extraeuropei, e per rispondere a chi si lamenta dei famigerati 35€ spesi dallo Stato per l’accoglienza, in primis ricordiamo che quei soldi non vanno in tasca ai migranti ma a cooperative private, in secondo luogo se dovessimo ipotizzare per assurdo che tutti i residenti stranieri in Provincia avessero diritto a tale contributo statale avremmo una spesa di 2 milioni e mezzo di euro che – divisi per i residenti italiani (prima gli italiani d’altronde…) – porterebbero nelle tasche dei brianzoli italiani la cifra da capogiro di 3 euro e 20 centesimi!
Una politica fatta di vuoto ma supportata dai media purtroppo nel nostro Paese è vincente…

Non per ultimo le politiche razziste e fasciste che predominano il dibattito politico sono anche responsabili di un clima di odio e di discriminazione razziale: nel 2013 su 1.142 casi segnalati di discriminazione, il 68,7% era a base razziale (dati nazionali UNAR) ed il 7% riguardava l’accesso al mondo del lavoro, dei servizi e alla casa.

Claudio Rendina, Giugno 2015

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