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SOLIDARIETA’ AI LAVORATORI K-FLEX


I Giovani Comunisti di Monza e Brianza – giovanile di Rifondazione Comunista – Federazione di Monza e Brianza – ha devoluto 200 euro sul conto corrente intestato al Fondo di solidarietà istituito da CGIL, CISL e UIL per sostenere la lotta incessante dei lavoratori K-Flex in presidio permanente da gennaio fuori dai cancelli dell’azienda per contestare i 187 licenziamenti.
Dopo aver ricevuto i finanziamenti europei, l’azienda chimica – con logiche aziendalistiche e padronali – vuole delocalizzare la produzione per abbattere il costo del lavoro, rovinando la vita a quasi 200 famiglie.
Il nostro è un piccolo contributo per sostenere la lotta. Al contributo accompagniamo tutta la nostra solidarietà e la nostra indignazione: è giusto lottare per i propri diritti!
Chiederemo un intervento di solidarietà e denuncia anche al Segretario nazionale di Rifondazione, Maurizio Acerbo, e alla Europarlamentare Eleonora Forenza, a nome della Sinistra Europea.

 

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Il Sud è Europa


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Si è svolto a Napoli sabato scorso il convegno “SudÉuropa”, organizzato dal GUE-NGL col supporto del PRC nel contesto di una serie di iniziative intitolata “Carovana del Sud”.

L’attualizzazione della questione meridionale in Italia e in Europa rappresenta il fondamento politico della “Carovana del Sud” e proprio questo tema ha segnato l’apertura del convegno. Dal Portogallo alla Grecia, passando per il Meridione d’Italia, si ritrovano problematiche economiche, sociali e politiche simili. Lo scenario di fondo è quello di un’Unione Europea imperniata sull’interesse dell’economia produttiva tedesca e della finanza internazionale. In queste terre storicamente poco industrializzate, le politiche monetarie dell’Unione Europea, l’azzeramento degli investimenti statali, la carenza di politiche industriali e la sfrenata concorrenza giuocata dai paesi emergenti sul costo del lavoro hanno portato all’esaurimento le residuali aree produttive del Sud. Sebbene le attuali politiche europee non manchino di colpire coi propri effetti negativi la Francia e il Nord del nostro paese, è nei Meridioni d’Europa che si osservano le maggiori criticità, in termini di povertà e disoccupazione. L’ideologia europeista ha rilanciato in una prospettiva internazionale il mito del Nord produttivo e del Sud sfaticato, che vive sopra le proprie possibilità, sulle spalle degli altri che producono. Con questa grande mistificazione si sono giustificati i ricatti delle politiche di austerità, con cui in ultima istanza si sono perpetrate le dinamiche economiche che hanno causato l’attuale situazione e che per giunta ne aggravano sempre più l’impatto sociale, mediante la progressiva abolizione delle tutele e del cosiddetto welfare.

Il Sud Europa è dunque unito da obiettivi strategici comuni, mirati al rilancio dell’economia nazionale: la redistribuzione della ricchezza finalizzata al rilancio dei consumi interni;  la tutela delle microeconomie locali, che, soprattutto grazie al settore agro-alimentare e turistico, in questi anni hanno mantenuto viva l’economia reale dei nostri territori anche nelle aree più “provinciali” e periferiche; il rilancio della produzione industriale attraverso investimenti statali.

Esiste nell’interesse economico dei paesi del Sud un elemento di trasversalità rispetto alle classi sociali, il quale coinvolge non solo i piccoli e medi imprenditori, ma anche la borghesia intellettuale, avvilita dagli scarsi investimenti su ricerca e sviluppo e da condizioni di lavoro sempre più simili a quelle del lavoro non qualificato. E’ dunque ragionevole che proposte politiche volti a tali obiettivi si ritrovino con la stessa trasversalità nel panorama politico, e non siano appannaggio della sinistra. Si veda in Grecia il successo di Alba Dorata e in Italia i vari tentativi di riorganizzazione delle destre, dall’esperienza dei Forconi al progressivo scollamento della Lega Nord dalla propria originaria vocazione regionalistica.

Due questioni sono imprescindibili per agganciare gli interessi della borghesia nazionale dei paesi del Sud Europa a una prospettiva genuinamente antiliberista, anticapitalista e popolare.

Un elemento d’analisi è rappresentato dal fatto che la stessa classe lavoratrice mitteleuropea sia vittima delle politiche di austerità e schiacciata da una forbice della ricchezza sempre più divaricata. Mentre i capitalisti tedeschi si arricchiscono su una bilancia commerciale che propende per le esportazioni,  sul versante interno esiste un orientamento al contenimento della spesa e del costo del lavoro, che pone sotto minaccia il benessere delle classi lavoratrici.

Un altro dato da non trascurare è la riattivazione dei flussi migratori. E se le giovani generazioni del Sud Italia, soprattutto i laureati, tendono ancora a spostarsi verso il Nord,  da tutta la penisola, sia i figli della borghesia intellettuale che i figli delle classi meno emancipate, tendono a cercare un futuro all’estero. La classe lavoratrice è ormai europea, non solo perché soggiace al mercato comune e alle regole comuni dell’Unione, ma anche per una consistente ripresa del fenomeno migratorio. Diviene quindi necessario dotare i lavoratori europei di strumenti comuni di lotta contro il capitale.

Sull’altro versante, occorre constatare come “lo spazio europeo” in cui si deve muovere la lotta delle classi subalterne del nostro continente non può più essere quello dell’Unione Europea e dei trattati che costituiscono lo scheletro delle sue politiche liberiste. Questo spazio è inagibile politicamente, antidemocratico e perciò irriformabile. Non esiste attualmente una via istituzionale democratica per gli interessi di classe sul piano europeo. La democrazia sopravvive in Europa solo grazie alle Costituzioni degli stati nazionali, che ci apprestiamo in Italia a difendere attraverso la battaglia referendaria contro la riforma Boschi dell’assetto istituzionale. Le singole prospettive nazionali, che potrebbero di per sè vedere coalizzati i popoli del Sud Europa nella lotta contro le istituzioni europee, non sono tuttavia in conflitto con l’idea di consolidare una rete europea delle lotte dei popoli. Coniugare queste due concezioni dell’attuale scenario politico ed economico è fondamentale per preservare il sogno di un’Europa unita dai valori del socialismo e della democrazia.

E’ un dato di fatto però che anche le istituzioni democratiche nazionali sono già state svuotare di potere, ceduto agli organismi nazionali, e di agibilità democratica. Diviene dunque difficile, come dimostra l’esperienza greca, pensare di combattere lo strapotere dell’Unione Europea e dei comitati d’interesse della grande finanza, con la voce isolata dei parlamenti dei nostri paesi. Occorre rilanciare la prospettiva di una lotta di popolo e di un’opposizione sociale che parta dai paesi più vessati e si estenda alle classi lavoratrici dell’Europa del Nord. Da dove partire dunque? Di quali strumenti dotarsi? La ristrutturazione dell’economia produttiva e i processi di deindustrializzazione hanno in parte reso inadatti gli strumenti classici. La balcanizzazione del mercato del lavoro ha deprivato i lavoratori del peso contrattuale acquisito in anni di lotte. In Italia pesa inoltre l’abbandono da parte della gran parte della compagine sindacale del proprio ruolo politico e delle prospettive conflittuali. Nello scenario europeo si sono sviluppate due esperienze, a Napoli e Barcellona, che rilanciano un modello che ha già funzionato in Sudamerica: quello dell’organizzazione municipale delle lotte e dei popoli urbani. I quartieri delle città raccolgono il disagio sociale che origina nella precarietà di lavori sempre più saltuari, parcellizzati e distribuiti e dove si esprimono concretamente i bisogni sociali di questo disagio. Il tema che dobbiamo porre all’ordine del giorno è quello di ridistribuire potere e ricchezza, secondo ogni varia declinazione, dal piano sovranazionale al luogo di lavoro, passando per le istituzioni nazionali e locali. Se l’attuale assetto produttivo  e i rapporti di forza vigenti rendono difficile radicare questa proposta nel mondo della produzione (necessità che comunque in futuro risulterà imprescindibile per proporre un vero avanzamento sociale), i territori, le città e le province rappresentano il luogo ideale per riproporre questi temi. Lì spontaneamente si creano e si possono attivamente costruire comunità e relazioni, da coniugare in esperienze di solidarietà sociale e organizzazione del dissenso. Abbiamo avuto recenti esempi di come il conflitto  sociale possa riorganizzarsi anche in un’ottica nazionale, superando le forme classiche del conflitto. Le lotte del sindacato francese hanno saputo far perno sui punti nevralgici del sistema produttivo e commerciale francese: bloccando il settore dell’energia e della logistica, si è nei fatti riusciti a bloccare un intero paese, con un danno reale agli interessi del padronato che da tempo gli scioperi generali non riuscivano più a infliggere. Ciò che è mancato all’esperienza francese è stata una sponda politica forte, proprio per via dell’indebolimento delle istituzioni democratiche e delle rappresentanze popolari in quei contesti. Le esperienze di Napoli e Barcellona testimoniano come le Istituzioni locali, restituite a un controllo politico popolare, possano da un lato tornare a esercitare una funzione sociale e non più meramente contabile, dall’altro frenare la realizzazione di politiche centrali neoliberiste, quali la svendita del patrimonio pubblico o la privatizzazione dei servizi. Purtroppo è ovvio che la sponda politica non può nulla se esiste unicamente a livello territoriale. Gli esempi in campo di queste lotte a carattere municipale sono oggi l’eccezione e rappresentano dunque un eventuale modello da mutuare in varie realtà, più che una rete di esperienze esistenti da correlare.

In termini di prospettiva, l’esperienza venezuelana dimostra comunque che l’organizzazione municipale del conflitto può offrire i suoi luoghi, le sue esperienze e le sue strutture come ossatura di un apparato istituzionale a democrazia diretta.

La questione meridionale italiana ed europea, la prospettiva municipalista, la difesa delle costituzioni nazionali, la lotta al neoliberismo. Il convegno di Napoli ha fornito numerosi piani di lettura, che, pur non essendo stati ridotti a sintesi, rappresentano una buona rappresentazione delle diverse contraddizioni della società del tempo presente, da tenere presente nella definizione dei nostri futuri progetti politici. La delegazione dei Giovani Comunisti di Monza e Brianza portata a casa dunque un dato politico forte: il GUE-NGL e il PRC si apprestano a superare una fase di inadeguatezza dell’analisi politica e di passività di fronte alle vicende della politica nazionale ed europea. Siamo pronti a riaprire un dibattito genuino per rilanciare il cambiamento di questa società.

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LA GRANDE SCOMMESSA


Pubblichiamo di seguito una recensione dell’ultimo film di Adam McKay “La grande scommessa”:

 

Diffidare dei trailer. Sempre. È una parola d’ordine per chiunque vada al cinema oggi. Tranne rari casi (“Il Ponte delle Spie” una porcata sembrava e una porcata realmente è), essi distorcono la realtà per le vendite, facendo apparire molti film totalmente diversi da quel che sono per qualche biglietto in più. E così, a vedere il trailer de “La Grande Scommessa” le impressioni che si ricavano possono essere sostanzialmente due: o un film alla “Ocean’s Eleven”, con un gruppo di supergeni che buggerano la finanza internazionale e fanno un sacco di soldi mentre il mondo va a rotoli, oppure il solito film hollywoodiano qualunquista da senso di colpa, stile “le banche fanno schifo perché ci rubano i soldi, ma il sistema è valido”. E invece, il film è esattamente questo. Ma anche molto di più. È probabilmente il film più radicalmente anticapitalista degli ultimi anni.

Ok, forse questa radicalità è preterintenzionale o addirittura involontaria. Ma c’è. È la storia di sei persone che, separatamente, scoprirono la grande truffa dei mutui subprime e l’imminente tracollo del mercato immobiliare, ci scommisero sopra, vendendo allo scoperto, e fecero un sacco di soldi. L’idealista Steve Carrell, lo squalo Ryan Gosling, il genio nerd Christian Bale capirono che Wall Street aveva una falla. Ma c’è di più. Sì perché se è vero che nei film americani il punto di vista privilegiato sulla vicenda, quello da cui il pubblico (“trattato come un tredicenne” scriveva André Bazin) finirà per giudicare la vicenda è quasi sempre quello del protagonista, qui le redini del fil le tira appunto Carrell, idealista nemico della finanza speculativa che però, alla fine, è costretto dalle circostanze a fare soldi, perché quell’economia è una marea nera, che trascina giù con sé chiunque ci infili un dito. Ma il vero colpo, la vera critica, non sta in questo antisistemismo da Occupy, ma nell’analisi (verrebbe da dire sociologica) che il film compie nei confronti dei tipi umani che l’arricchimento sfrenato tipico del capitalismo aggressivo post yuppie produce. Spogliarelliste che si trasformano in imprenditrici immobiliari, proprietari che affittano in nero a immigrati e firmano i moduli col nome del cane, economisti ottimisti che ritengono il capitalismo una naturale e immutabile condizione dell’uomo, laureate nelle migliori università pronte a qualsiasi marchetta, capi delle agenzie di rating. E poi loro. Sicuramente li avete visti, spulciano i profili Facebook dei vostri ex compagni di scuola. Quei neoarricchiti, 25enni in spezzato senza cravatta, che si crogiolano in un’ideologia tutta “get rich or die tryin’”, tutta “se chiedi quanto costa, è perché non te lo puoi permettere”. Gente che ha fatto, o sta facendo, un mare di soldi in fretta, basandosi qui sul sistema immobiliare, altrove su altre truffe più o meno legalizzate. Nel film, tutti questi personaggi sono dipinti come perfetti cretini, che non hanno la minima competenza: non si sono accorti della bomba che avevano sotto la sedia, non hanno fatto nulla per evitare il tracollo perché, semplicemente, non lo conoscevano. La possibilità di un arricchimento sfrenato, sembra suggerire il film, produce mostri che distruggono il sistema stesso che li ha creati, immersi in un edonismo sfrenato che, tra champagne e feste in piscina, serve solo a coprire un’ignoranza abissale e un tragico cinismo. Magari l’intenzione non era questa ma il risultato è mostrare come la crisi non derivi da errori di singoli individui in un sistema fondamentalmente corretto, ma come sia proprio il capitalismo la radice di alcuni atteggiamenti e delle ingiustizie che ne derivano.

Dopo aver ricordato che l’unico banchiere che finì dietro le sbarre fu uno svizzero, colpevole di aver fatto sparire in una vita la quantità di denaro che le grandi banche americane facevano sparire in una giornata, dopo le drammatiche immagini degli impiegati della Lehman Brothers che se ne vanno, dopo aver esplicitamente sottolineato che la crisi la pagarono lavoratori e immigrati, il film si chiude ricordando che le banche hanno già cominciato a emettere titoli simili a quelli che provocarono la crisi. E questa chiusa odora comunque di marxismo, di capacità di rinnovamento del capitalismo e di crisi cicliche: è quello che il marxismo, appunto, ha sempre sostenuto. Nulla di particolarmente originale, insomma, ma non dobbiamo dimenticarci che stiamo parlando di Hollywood. E Hollywood è sempre Hollywood: un altro volto della barbarie capitalista, come ci ricorderebbe un redivivo Adorno. Ma stavolta la critica al sistema, forse involontariamente, risulta più profonda del solito, ed è giusto sottolinearlo.

P.s. la ragione per cui Brad Pitt è candidato all’Oscar francamente sfugge. Interpreta un insopportabile economista-attivista che dice tre battute in tutto il film.

 

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Distruggere la Forza


 

 

 Non c’è mai stato un Impero, non c’è mai stata una ribellione,

c’è solo la Forza, ed è malvagia.

 

 di Sam Kriss

 

Due storie riguardanti Joseph Campbell, l’influente mitologo comparativo americano, e lo spazio profondo. La prima storia, riportata da un suo conoscente in una lettera[1] al New York Review of Books: in occasione del primo allunaggio nel 1969, Campbell disse a uno studente, così dal nulla, che la Luna “sarebbe il posto giusto dove mettere gli ebrei”. La seconda storia è Star Wars.

Campbell è principalmente conosciuto per essere l’ideatore del “Monomito”, come scrisse nel suo libro L’eroe dai mille volti[2].  Una sorta di pseudo strutturalismo, egli pensava che tutti i miti creati dall’uomo in tutte le culture conosciute avessero la stessa struttura di base. Campbell sosteneva che ciò che tutte le culture degne di interesse hanno in comune sia un’ammirazione per il Grande Eroe, e la storia del suo Viaggio.

Il Viaggio dell’Eroe è questo: il nostro protagonista comincia in un mondo mediocre, monotono; egli (quasi sempre si tratta di un lui) parte in cerca di avventura, viene catapultato in un mondo vasto e strano nel quale scopre nuove sorprendenti abilità, affronta suo padre, sconfigge il maligno, porta a compimento il suo grandioso destino, e ritorna a casa come un uomo cambiato. Non si tratta solamente del fatto che i film originali di Star Wars mettono in scena parte di questa struttura: George Lucas è stato un avido lettore di Campbell, speculando attivamente sulla sua teoria, valutando che se quella narrazione fosse tanto universale quanto sosteneva, un film che aderisse strettamente a tale progressione non sarebbe potuto essere altro che un fenomeno al botteghino.

Questo potrebbe essere il motivo per cui in Star Wars ogni cosa è presentata in termini tanto generici. La storia dell’eroe e del grande maligno non può ammettere nessun tipo di peculiarità; l’Impero Galattico non ha nulla di tanto crudele come nome in sé; l’Alleanza Ribelle non è caratterizzata da nulla di tanto importante quanto un’ideologia esplicitata. Tutto ciò che ci è dato sapere è che una fazione è buona e l’altra è malvagia – tutto ciò ci viene riferito, nei titoli di testa che scorrono sullo schermo. (Il principio di identità è forte in questo senso per tutto il tempo – si noti, per esempio, che ogni pianeta della Galassia sembra avere un’unica condizione presente; piloti la tua nave verso il mondo di Yoda e lui si trova immediatamente lì per incontrarti.)

Star Wars cerca di riferirsi molto superficialmente alla politica reale, così che Ronald Reagan possa vedere l’Impero del Male come un’immagine dell’Unione Sovietica, mentre ai criticoni liberali viene concesso di evidenziare l’ironia di enormi e invidiose società di intrattenimento che raccontano storie di rivoluzioni armate contro tutti i monoliti, per poi ricoprire il mondo di ciarpame scopiazzato da altri.

Questo discorso dà però per scontato che la storia di Campbell sia realmente universale e assoluta, un qualcosa che preceda la cultura e l’ideologia. Il che è falso: si tratta in realtà del prodotto dell’ecumenismo di un antisemita, il genere di sincretismo culturale frullato che Umberto Eco descrive come la condizione primigenia del fascismo.

Guardate all’Alleanza Ribelle di Star Wars, davvero, guardateli attentamente e provate a trovare in loro un aspetto qualcosa che possa ricordare una rivoluzione radicalmente democratica contro una tirannia. Qual è la composizione di classe di questi ribelli? Tra quelli di cui siamo a conoscenza ci sono: un membro di una famiglia reale ereditaria, un piccolo criminale, un ex governatore di una città di cui era proprietario e il figlio adottivo di proprietari terrieri (e, molto probabilmente, schiavisti) che è inoltre parte, per lignaggio, di un antico ordine religioso di cavalieri aristocratici.

All’inizio di Una nuova speranza[3], scopriamo che l’Alleanza sta guadagnando consensi tra le fila del Senato Imperiale, e i Senati Imperiali solitamente non sono moto affezionati ai rivoluzionari veri e propri. Prendete in considerazione la tattica dell’Alleanza. Ogni volta che incontriamo i ribelli, loro si sono costruiti da sé una base su un qualche pianeta deserto, e son lì a stoccare armamenti pesanti.

Come ogni buon studioso di Mao sa, un movimento rivoluzionario può avere successo solo se è in grado di conquistare la fiducia della popolazione; occupare il territorio è una tattica portata avanti dallo Stato, non da chi cerca di rovesciarlo. Non vediamo mai i ribelli venire protetti dagli Stormtroopers da contadini riconoscenti (quando invece si alleano con gli Ewok, lo fanno con uno spirito di auto-elezione puramente coloniale); non vediamo mai la propaganda dell’Alleanza esser fatta girare segretamente fra gli oppressi; non vediamo mai un’indicazione del fatto che questa fazione armata possa avere un qualche genere di mandato popolare o cose del genere. Non si tratta però solamente di un’infantile idea borghese di ultra-sinistra – blanquismo nello spazio.

Alla fine di L’Impero colpisce ancora[4], vediamo per la prima volta una flotta dell’Alleanza Ribelle al completo; enormi astronavi informi per competere con quelle dell’Impero. Ma non sono costose le navi da guerra? Chi sta finanziando queste persone? Considerate che quando vediamo la flotta, questa è posizionata al di fuori della Galassia. C’è un nome per gruppi come l’Alleanza Ribelle. E non è freedom fighters, ma Contras, squadroni della morte fascisti.

La risposta politica istintiva è forse troppo semplice: né l’Impero Galattico né l’Alleanza Ribelle, ma il socialismo interplanetario! Questo non è affatto illegittimo, e ci sono posizioni molto peggiori da cui partire rispetto al rifiuto dei termini del conflitto, ma questo discorso ci porterebbe solo troppo in là. Tuttavia non dovremmo nemmeno prendere la posizione opposta pensando che se i ribelli sono cattivi, allora i Sith devono essere per forza buoni. C’è un’altra cosa che sta succedendo.

Campbell aveva torto, ma la scommessa ha pagato comunque: Star Wars è stato un enorme successo – il marchio è ora al suo terzo giro; questa settimana [questo articolo è stato pubblicato il 18 dicembre 2015, n.d.t.] Il risveglio della forza sembra pronto a infrangere ogni record al botteghino, un’altra volta ancora. Parte di ciò può essere attribuito al fatto che la cultura pop è intrinsecamente fascista, e quella nerd lo è specialmente. Ma c’è anche un motivo per cui Star Wars funziona veramente come un mito moderno, con tutti i poteri esplicativi del mito – non a causa della semplicità favolistica delle sue categorie, ma specificamente perché il mondo che rappresenta è asimmetrico, vuoto e in rovina.

Per esempio: che cos’è esattamente l’Impero Galattico? È strano: è qualcosa che è del tutto onnipresente, ma tuttavia non può essere trovato in nessun luogo. L’Impero governa l’intera galassia, ma tutto ciò che vediamo sono zone di confine: mondi corrotti e disseminati di banditi; colonie minerarie autonome; pianeti abitati solo da tempeste e mostri; fantasie bucoliche pre-agricole. Ci sono navicelle da guerra e soldati, anche a migliaia, ma ciò dimostra solo l’esistenza di un confine, non di qualcosa dall’altra parte. L’Impero è vuoto al suo interno, non è nulla di più che i suoi stessi confini. Se hai dei cantieri navali, perché costruisci le tue piattaforme armate sulla Luna boscosa di Endor?

In Una nuova speranza gli eroi saltano attraverso un pannello dentro la pulita, lucida, fascio-modernista Morte Nera, scappano attraverso il buco, e si ritrovano in un orrore primordiale di un sistema di smaltimento dei rifiuti: la stanza è piena di fango nero, fino alle ginocchia, e un Qualcosa orribilmente zannuto sta strisciando sotto…

Essenzialmente l’orrore dell’Impero Galattico è l’orrore di qualcosa che ha una forma ma non una materialità; un cadavere ambulante, completo di vermi.

Ma lasciando perdere l’Impero – che dire della Forza? “Ci circonda e ci penetra”, dice Obi-Wan. “Tiene insieme la Galassia”. Qualcosa come il Dio di Spinoza, o il Dao, con la sua divisione binaria di opposizione dei principi di buio e luce. Se non che, dal momento che il Lato Oscuro della Forza viene nominato talmente tante volte che molti spettatori di Star Wars sono portati a dare per scontato che esista un Lato Luminoso, in realtà in nessuno dei film viene citato.

Obi-Wan dichiara di aver “percepito un grande disturbo nella Forza”. L’Imperatore Galattico usa esattamente la stessa frase nel film successivo. Anakin Skywalker è colui che è stato profetizzato che “porterà equilibrio nella Forza”. La Forza è forse fuori equilibrio? Non può aver niente a che fare allora con il Dao, l’armonia nascosta in cui ogni cosa è sospesa; è molto più simile all’aperion di Anassimandro, secondo la lettura che ne danno Heidegger e Derrida.

Anassimandro, il primo filosofo greco ad aver messo per iscritto il suo pensiero, ha lasciato ai posteri un unico frammento:

 

Da dove gli esseri hanno origine,

Lì hanno anche la distruzione,

Secondo necessità:

Poiché essi pagano l’uno all’altro la dike [giustizia, congiuntura] e

l’espiazione della adikia [ingiustizia, disgiuntura]

Secondo l’ordine del Tempo.

L’apeiron, o l’infinito, è questo dove e questo lì: in altre parole, è la Forza. Heidegger pensava che Anassimandro, essendo vissuto molto tempo fa in un’ontologia lontana lontana, fosse arrivato a qualcosa che la filosofia successiva, con la sua confusione di concetti, aveva reso oscuro: le cose sono sempre ancora parzialmente incomplete, il loro essere frammentarie è una modificazione della totalità dell’Essere in quanto tale.

Nella lettura di Heidegger le cose, per compensare la loro ingiustizia, possono solo essere distrutte nell’apeiron, essere annullate in tutti i loro particolari nell’indifferenza dell’infinito. In Spettri di Marx[5], Derrida sostiene invece che questa ingiustizia può essere solamente vista “in relazione all’altro” il che deve richiedere “l’irriducibile eccesso di una disgiuntura”. Lungo il libro egli ritorna sulla frase di Amleto, che “sembra offrire un’accoglienza predestinata”. “Il tempo è fuori di sesto”, dice Amleto – il che non è un male.

Darth Vader sarebbe dovuto essere il Prescelto, che avrebbe portato equilibrio alla Forza; invece è diventato un tiranno assassino. Questa non è in alcun modo una contraddizione: la Forza è il suo lato oscuro, l’ordine dispotico che annulla ogni cosa nella monotonia. Portare equilibrio nella Forza non significa pace universale, significa dar fuoco alla Morte Nera.

I Jedi e i Sith o l’Impero e l’Alleanza non sono realmente forze opposte; sono entrambe dalla parte della congiuntura. Se solo un Sith vive di assoluti, allora i film di Star Wars sono un Sith. La Forza somiglia alla caratterizzazione grottesca[6] di Adorno dello spirito del mondo hegeliano: “gronda di sofferenza e fallibilità”; “sentire il suo sussurro” richiede il “brivido di qualcosa che possa sopraffare e che sia al tempo stesso privo di qualità”. Non c’è mai stato un Impero, non c’è mai stata una ribellione, c’è solo la Forza, ed è malvagia.

Ed è perfettamente dimostrato nei tristemente sottostimati prequel di Star Wars. Qui ci viene mostrata la realtà della situazione della trilogia originale. Gli Jedi – un ricco, potente, aristocratico ordine militare, inaccostabile a qualunque visione democratica e pomposamente agghindato in tuniche contadine – vengono mostrati mentre entrano in battaglia al fianco di armate di proto – Stormtroopers, conducendo una guerra di sterminio contro dei ben poco definiti separatisti, la cui visione che la Repubblica sia essenzialmente malvagia si rivela essere assolutamente corretta. Gli Yoda e gli Obi – Wan e Skywalker del mondo sono politicamente allineati con una forma di potere nichilistica e omicida al di là della galassia: lo sono sempre stati.

I nerd hanno odiato la trilogia prequel; il loro grande timore riguardo il nuovo film di Star Wars è che possa essere un altro La minaccia fantasma[7]. Il che non coglie il punto: è sempre stato destinato ad essere un altro La minaccia fantasma, dal momento in cui è stato concepito. Indipendentemente da quello che dice George Lucas. Un prequel può trarre il suo significato dal fatto che viene visto dopo e in relazione all’originale.

La minaccia fantasma descrive ciò che avviene immediatamente dopo gli eventi di Il ritorno dello Jedi. Non c’è nessuna Morte Nera, ma il malvagio rimane, e coloro che dovrebbero essere i buoni sono nel bel mezzo di esso.

Non ho ancora visto Il risveglio della Forza, ma alcune conclusioni si possono trarre facilmente. In primo luogo, il titolo ha decisamente un’inclinazione heideggeriana: verità, per come la definisce nei Concetti fondamentali della metafisica[8], significa “lasciare che ciò che sta dormendo si svegli”. Il risveglio della massa, in opposizione alla coscienza della massa, è una nozione dagli inevitabili risvolti fascisti. Basandosi sull’esperienza degli ultimi James Bond, e sulle precedenti fatiche di Abrams con Star Trek, si prospetta essere una noiosa minestra riscaldata con pseudo-postmodernisti riferimenti alla trilogia originale, per far felici i fan; mentre i prequel avevano provato ad estendere la storia, i sequel probabilmente la ricapitoleranno soltanto.

Un nuovo surrogato al posto dell’Impero, un nuovo sostituto dell’Alleanza, per rinforzare la perfetta omogeneità della visione della giustizia di Star Wars, per nascondere con finte guerre e falsi imperi il fatto che la nostra unica speranza non sia quella di risvegliare la Forza, ma di distruggerla completamente.

 

[fonte: Jacobin Magazine, https://www.jacobinmag.com/2015/12/star-wars-the-force-awakens-empire-joseph-campbell-george-lucas/]

 

Traduzione di Valerio Fiori

[1]http://www.nybooks.com/articles/1989/11/09/joseph-campbell-an-exchange/

[2]https://books.google.it/books?id=I1uFuXlvFgMC&redir_esc=y

[3]Cioè, per i non esperti, il primo film realizzato nel 1977, l’episodio IV [n.d.t.]

[4]Il secondo film del 1980, l’episodio V [n.d.t.]

[5]https://books.google.it/books?id=sEENbAP5FZsC&redir_esc=y

[6]https://books.google.it/books?id=5ppaldMS7XQC&redir_esc=y

[7]Il quarto film del 1999, l’episodio I [n.d.t.]

[8]https://books.google.it/books?id=ZYU9tyb4K2wC&redir_esc=y

 

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ASSALTO AL CIELO! 07.11.1917-07.11.2015 98° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre


assaltoalcieloIn occasione del 98° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre i Giovani Comunisti ricordano l’evento con le parole stesse di chi quella Rivoluzione la guidò e la portò a compimento gettando i presupposti per la successiva costruzione dell’URSS, primo stato operaio e proletario della Storia. Per questo ricordiamo l’evento con le parole pronunciate dallo stesso Lenin riportando ampi stralci del discorso che scrisse il 14 ottobre 1921 in occasione del 4° anniversario della Rivoluzione. In questo discorso non si trova solo il significato che ebbe quell’evento per l’umanità tutta, ma anche una serie di riflessioni critiche ed autocritiche e l’indicazione di un percorso che come organizzazione politica rivoluzionaria, quale vogliamo essere, riteniamo ancora in ampia misura valido e attualissimo: Continua a leggere

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IL PRC CON SAVERIO FERRARI CONTRO LE MINACCE


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Si ripetono e si aggravano le tremende minacce contro Saverio Ferrari, un instancabile militante antifascista, capace di approfondire non solo a parole la lotta antifascista, smascherando con puntualità le connessioni che il presente ha con il passato remoto e prossimo delle vicende della destra italiana e internazionale.

Il suo antifascismo insomma non si nutre solo di memoria e di ricostruzione storica, ma testimonia in modo diretto e senza veli le connessioni e il ruolo che le destre e le loro articolazioni svolgono nello scontro politico e di classe in Italia all’epoca dei due Matteo, della austerità imposta dalla Troika e, grande scandalo per qualcuno, spinge a collegare sempre denuncia a mobilitazione e lancia un allarme forte per non rimuovere il dato di fatto che le nuove destre stanno tentando un radicamento capillare e dentro la emergenza epocale dei profughi e degli immigrati, seminando razzismo e intolleranza.

Siamo dunque a fianco di SAVERIO FERRARI sapendo che la miglior risposta è la presa di parola, la denuncia e la connessione dei soggetti che fanno antifascismo.

Un abbraccio forte a SAVERIO FERRARI
Federazione Monza e Brianza del Partito della Rifondazione Comunista

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LADRI DI ATOMI


COLOSSEO

In una puntata dei Simpson il signor Burns – il vecchio e arcigno miliardario, titolare della centrale nucleare di Springfield – ricorda con nostalgia la sua infanzia, passata nella “fabbrica degli atomi” del padre nella quale gli operai martellano instancabilmente le incudini per “rompere e separare gli atomi”. Il padre di Burns, sospettoso, fruga nelle tasche di un povero operaio e – armato di lente di ingrandimento – inorridisce nel vedere la tasca piena di atomi! L’operaio sarà licenziato in tronco per il furto dei preziosi atomi prodotti.

È facile per chi si trova in posizione di potere trovare problemi dove non ci sono, esasperando la realtà e distorcendola.

La chiusura di 3 ore del Colosseo e altri siti romani degli scorsi giorni per assemblea sindacale regolarmente indetta e autorizzata (art. 20 dello Statuto dei Lavoratori) è servita a creare l’ennesimo affondo al mondo del sindacato e dei lavoratori: quante tasche di lazzaroni piene di atomi!

Ma come possono 3 ore fare così tanta notizia? Un’assemblea sindacale non la si chiede il giorno stesso, l’azienda è preallertata con largo anticipo. Eppure qualcuno ai piani alti ha voluto mettere i bastoni tra le ruote e dare un preavviso estremamente scarso – se non nullo – ai visitatori contravvenendo ai propri doveri. Chi ne dovrà rispondere, i lavoratori o il datore di lavoro?

Renzi è riuscito a fomentare il mal di pancia popolare contro i “cattivi” lavoratori, nessun interesse in realtà per la figuraccia che a suo parere avrebbe fatto l’Italia – nonostante le chiusure per assemblee sindacali di musei nazionali siano all’ordine del giorno in tutte le capitali europee…

“Dobbiamo avere più attenzione verso chi vuole bene all’Italia” dichiara alla stampa. Capito lavoratori romani? Voi sovversivi, anarchici rivoluzionari che fomentate l’odio verso il paese.

Giù le mani dagli atomi, non ve li meritate!

Ci sono i buoni da una parte, quelli che “vogliono bene all’Italia”, che fanno volontariato a EXPO, che non si lamentano e non si iscrivono ai sindacati.

Alla bontà dei volontari si appella anche l’ex sopraintendente archeologico di Roma, per garantire l’apertura del Colosseo.

E ci sono i cattivi, i sindacati, i gufi, quelli da combattere: “non lasceremo la cultura ostaggio di quei sindacalisti contro l’Italia” (Renzi), quelli che vogliono essere pagati per il lavoro che fanno, quelli che esigono di vedersi riconosciuti gli straordinari, quelli che vogliono usufruire dei loro diritti, quelli del Colosseo insomma.

I cattivi che fanno vertenza nazionale e chiedono un piano organizzativo di assunzioni e di regole.

Chi è il vero ostaggio, la cultura nelle mani dei sindacati o i lavoratori, con le mani legate e la bocca imbavagliata dal Governo?

Eliminare i cattivi per tornare a crescere, ecco la soluzione: basta furti di atomi.

Seguiamo il consiglio del CODACONS, facciamo intervenire l’esercito per riaprire il Colosseo!

Ma non basta eliminare i cattivi, occorre essere più subdoli ed eliminare un intero sistema.

Succede che alcuni servizi vengono resi “essenziali” in queste occasioni e altri vengono progressivamente eliminati, perché?

Stiamo forse sostituendo i servizi pubblici coi servizi di consumo, il diritto sindacale col diritto dei consumatori e del profitto?

Renzi fa gli interessi dei grandi capitali: smantellare il welfare state per rendere l’Italia un paese flessibile e con scarso potere rivendicativo dei lavoratori.

Per fermarlo dobbiamo agire, subito!

Chiediamo che i sindacati proclamino lo sciopero contro le manovre autoritarie e recessive di Renzi, del PD e delle destre, della finanza europea.

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