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QUESTIONE DI PROPORZIONI – di Alessandro Boggiani


C’è trippa per gatti. Anzi, c’è trippa per tutti. Nella Nota Aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa, presentata al Parlamento a fine ottobre, è scritto chiaramente: nel 2013 i fondi destinati alla spesa militare sono destinati a crescere, dai 13,61 miliardi di euro del 2012 (anno in cui si registrò il punto minimo di stanziamenti) a 14, 64. La crisi dunque non sembra esistere per gli apparati militari del Paese e le forze politiche parlamentari, sorvolando sopra i dati, disquisiscono sulla parata del due giugno, la quale, male che vada, costerà 4 milioni. Questione di proporzioni.

Secondo i dati del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) l’Italia si colloca al 10° posto al mondo per spesa militare globale (che non riguarda solo i fondi stanziati su base annua cui ci si riferiva prima), spendendo circa 34 miliardi di dollari all’anno, pari a 26 miliardi di euro. Il che equivale a 70 milioni di euro al giorno. Lontani dalla retorica populista che si chiede quanti asili ci si potrebbero costruire, resta però il fatto che la politica estera degli ultimi governi, completamente prona agli interessi della NATO e degli Stati Uniti, ci stia costando cara. Monti, a inizio gennaio, poteva ben vantarsi di come l’Italia avesse “rafforzato il suo posizionamento in tutti i quadranti fondamentali dello scacchiere globale”, ma il prezzo è quello di avere una spesa militare pari a quella per le politiche del lavoro e solo marginalmente inferiore a quella per le politiche sociali. La Spagna, che in percentuale spende poco meno di noi per la Difesa (lo 0,1% di Pil in meno), destina al welfare state risorse decisamente maggiori(il 4,5% di Pil in più). Questa situazione non accenna a cambiare e d’altra parte come potrebbe con un governo di larghe intese? Gli unici tagli, peraltro minimi, nel sistema militare saranno sul fronte Sicurezza Interna (in barba ai sindaci-sceriffi) e su quello degli investimenti/acquisti (degli F35 parleremo a tempo debito). Senza dimenticare poi l’Esercizio, cioè la voce che copre i costi di gestione, manutenzione e addestramento. La promessa sforbiciata (1,33 miliardi contro 1,52 dell’anno scorso) colpirà soprattutto le ultime due voci, ripercuotendosi negativamente su capacità operative e disponibilità dei mezzi. Tutto ciò nonostante nel documento ministeriale citato all’inizio e da cui sono tratti i dati, si ammetta chiaramente che «il deterioramento della capacità operativa assumerà a breve termine (uno o due anni) profili di particolare criticità». Questione di proporzioni.

Ed ecco il momento che stavate tutti aspettando: gli F35. Cominciamo col dire che i 90 caccia acquistati dall’Italia originariamente dovevano essere 131 e che gli Stati Uniti stanno avendo problemi con questa tecnologia apparentemente avanzatissima ma che in realtà pare avere un brutto rapporto coi fulmini. Buttiamo lì anche il fatto che la RAND Corporation, una società di analisi strategiche che collabora con il Dipartimento della Difesa statunitense, ha rivelato che gli F-35 made in USA non sarebbero in grado di competere con i russi Su-35 in un combattimento aereo. Stanti queste premesse, il problema è comunque più complesso e riguarda la politica industriale del paese. L’Italia presta agli Stati Uniti fette di territorio per basi (Dal Molin), antenne satellitari (Muos) e stoccaggi di armi, in più compra attrezzature militari sostanzialmente da un unico fornitore: ancora il paese dei liberi, of course. Si realizza così una sorta di vassallaggio. Acuito inoltre dal fatto che le nostre industrie belliche o parabelliche, relativamente all’avanguardia (vedi alcuni reparti di Finmeccanica), non operano sul libero mercato ma vendono i propri prodotti solo a paesi amici. Amici dello Zio Sam, si capisce. E questo proprio perché la maggior parte di queste aziende è a compartecipazione pubblica, e nessun governo vuole inimicarsi gli amici a stelle e strisce. O, in alternativa, elaborare una politica industriale nazionale sensata. Questione di proporzioni.

Nessuna forza politica ha posto ancora sul piatto della bilancia la questione. Lo stesso Pd, a dicembre, criticò il fatto che “l’efficienza dello strumento militare del nostro paese è stata messa a repentaglio dai tagli irresponsabili operati dal precedente esecutivo (Silvio, nda)” per poi approvare la scelta del governo Monti di “riqualificare” la spesa militare, “al fine di restituire efficienza e funzionalità alle forze militari”. E mentre stiamo per vendere anche i cordoni della borsa e si fa fatica a pagare la cassa integrazione, la nostra repubblica, fondata sul lavoro e ripudiante la guerra, si arma e parte per il fronte. Questione di proporzioni.

P.S. Il terzo paragrafo potrebbe far nascere un quesito: perché i così potenti Stati Uniti (in testa alla classifica del SIPRI) non vendono direttamente i propri prodotti alle nazioni amiche sui fronti sensibili, incrementando così l’export nazionale, ma si affidano a ditte straniere (non solo italiane)? La risposta potrebbe essere in un avverbio: i nostri prodotti bellici sono RELATIVAMENTE all’avanguardia, ma sicuramente non possono competere con i ritrovati americani. Così, anche se, exemplum fictum, un dispositivo di produzione italiana in dotazione al governo colombiano cadesse nelle mani delle FARC, gli Stati Uniti sarebbero certi, intervenendo in prima persona, di partire comunque in vantaggio e di non aver perso nessun segreto industriale. Per l’ennesima volta, questione di proporzioni.

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CAMPAGNA ELETTORALE


RIFONDAZIONE COMUNISTA SOSTIENE

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PROSSIMI APPUNTAMENTI 

DOMENICA 3 FEBBRAIO dalle ore 9.00 A  MUGGIO’  in PIAZZA GARIBALDI
SABATO 9 FEBBRAIO  dalle ore 14.00 A DESIO in VIA GARIBALDI
VENERDI’ 15 FEBBRAIO  APERITIVO dalle ore 19.00 A MUGGIO’ in VIA GALVANI 12
SABATO 16 FEBBRAIO dalle ore 14.00 A SEREGNO in PIAZZA VITTORIO VENETO
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PER UNA “RIVOLUZIONE CIVILE”


La nascita del movimento “Rivoluzione Civile” che vede Ingroia candidato premier segna una svolta nel panorama politico italiano.

“Rivoluzione Civile” non è il quarto polo ma è l’unica e vera alternativa ai primi “tre poli”: PD, PDL e UDC. Oggi fingono di litigare tra loro, ma per un anno hanno sostenuto il governo Monti e votato la riforma dell’articolo 18, il Fiscal compact, la riforma Fornero, l’aumento dell’IVA, l’introduzione dell’IMU e molte altre misure che di fatto hanno penalizzato la fascia più povera della popolazione e che hanno avviato la fase di destrutturazione dello stato sociale.

“Rivoluzione Civile” è il punto di arrivo di un percorso lungo e complicato che ha saputo coniugare la richiesta di unità delle forze di sinistra, la volontà di costruire un’alternativa alle politiche economiche del governo Monti, la ricerca di una rappresentanza da parte della società civile.

Tra i principali artefici di “Rivoluzione Civile” ci sono Rifondazione Comunista e l’appello di #CambiareSiPuò, formato da intellettuali ed esponenti di vari percorsi di lotta, tra cui esponenti FIOM e rappresentanti del mondo del lavoro, esponenti dei comitati referendari per l’acqua pubblica, esponenti del pacifismo, dell’ambientalismo e dell’economia etica, nonchè da numerosi esponenti e militanti di Rifondazione. Cambiare si può ha fornito e confermato, con una consultazione telematica tra tutti gli aderenti, il suo contributo per la campagna elettorale, mettendo a disposizione tutte le sue competenze e le sue capacità organizzative.

Il programma elaborato da #CambiareSiPuò e poi recepito da “Rivoluzione Civile” è marcatamente di sinistra e in netta discontinuità con le scelte operate dal governo Monti.

Alla richiesta di austerità si risponde con la volontà di rilanciare l’economia puntando sul rispetto dell’ambiente, sulla vita delle persone, sui diritti dei lavoratori e sulla salute dei cittadini.

Alla volontà di sottomettere la politica economica Europea ai mercati si risponde con la richiesta di un’Unione Europea indipendente dai poteri forti.

Nel programma non mancano inoltre i riferimenti alla mafia e alla corruzione, alla laicità dello stato e ad una richiesta di maggiore democrazia nei luoghi di lavoro, trasparenza nella gestione della cosa pubblica, lotta alla precarietà, NO alle grandi opere, alla TAV, alle missioni militari.

Tutti temi che hanno caratterizzato le lotte di Rifondazione Comunista in questi ultimi anni. Ricordiamo le campagne per l’acqua pubblica e il no al nucleare fino ad arrivare alla recente raccolta firme per il ripristino dell’articolo 18 e l’abolizione della riforma Fornero. Ricordiamo l’impegno costante dei militanti nella lotta alla mafia, all’interno del movimento NoTav fino alle Brigate di Solidarietà Attive che hanno aiutato i terremotati e gli alluvionati.

I partiti che appoggiano il progetto di “Rivoluzione Civile” hanno scelto di non presentare i propri simboli, per confluire in una lista unica composta esponenti che si sono contraddistinti nell’analisi culturale e sociale, nella progettualità e nella costruzione del un cambiamento, nelle lotte per il lavoro, l’ambiente, la pace e i diritti, nella lotta senza quartiere alla mafia, indipendente dal fatto che il loro operato fosse stato portato avanti all’interno di un partito o nella società civile e nei movimenti.

“Rivoluzione Civile” è quindi il punto di arrivo di un progetto unitario, fortemente voluto da Rifondazione, che si pone come obbiettivo quello di uscire da questa crisi a Sinistra.

Finalmente il nostro appello all’unità è stato raccolto da uno spettro eterogeneo e plurale di soggetti fortemente coesi negli intenti.

Ora non resta che portare a termine la nostra “Rivoluzione Civile”!

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PER UN ALTRA LOMBARDIA


Dopo 20 anni di malgoverno lombardo guidato dalla cricca ciellina che ha supportato Formigoni finalmente si presenta una vera possibilità di cambiamento.

Il primo passo verso un’altra Lombardia è stato fatto sabato 15 dicembre quando tutte le forze del centro sinistra unite hanno dato la possibilità ai cittadini lombardi di scegliere il candidato che guiderà la coalizione alle prossime elezioni regionali.

Da parte nostra, come RivoltiaMonza, in linea con le scelte del Partito della Rifondazione Comunista, abbiamo sostenuto fin da subito Andrea Di Stefano e i 35000 voti raccolti in tutta la Lombardia indicano che il cammino intrapreso è quello giusto.

Sebbene il candidato centrista, sostenuto dagli apparati di PD e SEL, Ambrosoli, sarà il futuro leader della coalizione “del Patto Civico”, il buon risultato ottenuto da Di Stefano tra il popolo del centrosinistra mostra che quando a sinistra del PD c’è un’alternativa chiara e credibile, espressa da un candidato con un alto livello di formazione economica e politica e capace di analizzare e incidere sulla realtà, è possibile ottenere dei risultati significativi e raccogliere su contenuti radicali i consensi altrimenti ceduti a un centrosinistra moderato e poco incisivo.

La lista di Di Stefano si farà carico non solo della sconfitta delle destre supportando il candidato presidente del centrosinistra Ambrosoli, ma soprattutto delle istanze di rinnovamento che rientrano nella tradizione di sinistra e che, dopo vent’anni di dittatura formigoniana, rappresentano la sola garanzia di cambiamento vero.

Il programma di Andrea Di Stefano segue una linea che in questi anni Rifondazione Comunista ha contribuito a costruire e sviluppare. Una linea che si propone di migliorare la qualità di vita dei cittadini pensando ad essi non come singolarità ma come parte integrante della comunità.

Per questo motivo tra i temi toccati c’è la richiesta di porre un freno al consumo di territorio; l’efficienza energetica; la mobilità sostenibile tramite un trasporto pubblico, economico e di qualità; politiche di redistribuzione del reddito e di supporto al sistema produttivo; l’abolizione del ”buono scuola” formigoniano, ch’è una forma mascherata di finanziamento alle scuole private, per garantire invece realmente il diritto universale a un’istruzione pubblica anche attraverso forme di reddito indiretto (ad esempio riducendo il costo dei trasposti per i giovani); una revisione del sistema sanitario che deve essere sottratto alle smanie speculative dei privati e alla gestione corrotta degli uomini di CL.

La formazione delle liste ha seguito un percorso inclusivo tra le realtà di sinistra e la società civile. Salutiamo con entusiasmo la candidatura nella provincia di Monza e Brianza nella lista di Andrea Di Stefano del compagno Marcello Silva, espressione del circolo RivoltiaMonza che ci impegniamo fin da ora a sostenere.

Il 24 e 25 febbraio sarà l’occasione per interrompere una maledizione che dura da vent’anni.

L’alternativa finalmente c’è e si vede.

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