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Una nota sul mio ex-professore: Pier Carlo Padoan


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Pier Carlo Padoan fu uno dei miei professori durante i corsi del master in Economia del Coripe Piemonte, presso il Collegio Carlo Alberto. Sebbene fosse un master rigorosamente “mainstream”, ricordo che le lezioni di alcuni docenti, come Luigi Montrucchio e Giancarlo Gandolfo, suscitavano il nostro vivo interesse e alimentavano le discussioni. Tra i docenti c’era pure Elsa Fornero,  che nel ruolo di professoressa rendeva indubbiamente molto meglio che in quello successivo di ministra. Rammento che invece non eravamo particolarmente entusiasti delle lezioni di Padoan. Forse a causa degli alti incarichi che all’epoca già ricopriva, in aula appariva un po’ distratto, vagamente annoiato, non particolarmente persuaso dai grafici che egli stesso tracciava sulla lavagna. Di una cosa tuttavia il nostro pareva convinto: la sostenibilità futura della nascente moneta unica europea era da ritenersi un fatto ovvio, fuori discussione.

Era il 1999, data di nascita dell’euro, e Padoan guarda caso teneva il corso di Economia dell’Unione europea. Una volta gli chiesi cosa pensasse delle tesi di quegli economisti, tra cui Augusto Graziani, che esprimevano dubbi sulla tenuta dell’eurozona; domandai, in particolare, quale fosse la sua valutazione di quegli studi che già all’epoca criticavano l’idea che gli squilibri tra i paesi membri dell’Unione potessero essere risolti a colpi di austerità fiscale e ribassi salariali. A quella domanda Padoan non rispose: si limitò a scrollare le spalle e a sorridere, con un po’ di sufficienza.

All’epoca in effetti l’atteggiamento di Padoan era piuttosto diffuso. L’euro veniva considerato un fatto definitivo, discutere di una sua possibile implosione era pura eresia. Ben pochi, inoltre, si azzardavano a dubitare delle virtù taumaturgiche dell’austerità. Da allora evidentemente molte cose sono cambiate. Continua a leggere

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QUESTIONE DI PROPORZIONI – di Alessandro Boggiani


C’è trippa per gatti. Anzi, c’è trippa per tutti. Nella Nota Aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa, presentata al Parlamento a fine ottobre, è scritto chiaramente: nel 2013 i fondi destinati alla spesa militare sono destinati a crescere, dai 13,61 miliardi di euro del 2012 (anno in cui si registrò il punto minimo di stanziamenti) a 14, 64. La crisi dunque non sembra esistere per gli apparati militari del Paese e le forze politiche parlamentari, sorvolando sopra i dati, disquisiscono sulla parata del due giugno, la quale, male che vada, costerà 4 milioni. Questione di proporzioni.

Secondo i dati del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) l’Italia si colloca al 10° posto al mondo per spesa militare globale (che non riguarda solo i fondi stanziati su base annua cui ci si riferiva prima), spendendo circa 34 miliardi di dollari all’anno, pari a 26 miliardi di euro. Il che equivale a 70 milioni di euro al giorno. Lontani dalla retorica populista che si chiede quanti asili ci si potrebbero costruire, resta però il fatto che la politica estera degli ultimi governi, completamente prona agli interessi della NATO e degli Stati Uniti, ci stia costando cara. Monti, a inizio gennaio, poteva ben vantarsi di come l’Italia avesse “rafforzato il suo posizionamento in tutti i quadranti fondamentali dello scacchiere globale”, ma il prezzo è quello di avere una spesa militare pari a quella per le politiche del lavoro e solo marginalmente inferiore a quella per le politiche sociali. La Spagna, che in percentuale spende poco meno di noi per la Difesa (lo 0,1% di Pil in meno), destina al welfare state risorse decisamente maggiori(il 4,5% di Pil in più). Questa situazione non accenna a cambiare e d’altra parte come potrebbe con un governo di larghe intese? Gli unici tagli, peraltro minimi, nel sistema militare saranno sul fronte Sicurezza Interna (in barba ai sindaci-sceriffi) e su quello degli investimenti/acquisti (degli F35 parleremo a tempo debito). Senza dimenticare poi l’Esercizio, cioè la voce che copre i costi di gestione, manutenzione e addestramento. La promessa sforbiciata (1,33 miliardi contro 1,52 dell’anno scorso) colpirà soprattutto le ultime due voci, ripercuotendosi negativamente su capacità operative e disponibilità dei mezzi. Tutto ciò nonostante nel documento ministeriale citato all’inizio e da cui sono tratti i dati, si ammetta chiaramente che «il deterioramento della capacità operativa assumerà a breve termine (uno o due anni) profili di particolare criticità». Questione di proporzioni.

Ed ecco il momento che stavate tutti aspettando: gli F35. Cominciamo col dire che i 90 caccia acquistati dall’Italia originariamente dovevano essere 131 e che gli Stati Uniti stanno avendo problemi con questa tecnologia apparentemente avanzatissima ma che in realtà pare avere un brutto rapporto coi fulmini. Buttiamo lì anche il fatto che la RAND Corporation, una società di analisi strategiche che collabora con il Dipartimento della Difesa statunitense, ha rivelato che gli F-35 made in USA non sarebbero in grado di competere con i russi Su-35 in un combattimento aereo. Stanti queste premesse, il problema è comunque più complesso e riguarda la politica industriale del paese. L’Italia presta agli Stati Uniti fette di territorio per basi (Dal Molin), antenne satellitari (Muos) e stoccaggi di armi, in più compra attrezzature militari sostanzialmente da un unico fornitore: ancora il paese dei liberi, of course. Si realizza così una sorta di vassallaggio. Acuito inoltre dal fatto che le nostre industrie belliche o parabelliche, relativamente all’avanguardia (vedi alcuni reparti di Finmeccanica), non operano sul libero mercato ma vendono i propri prodotti solo a paesi amici. Amici dello Zio Sam, si capisce. E questo proprio perché la maggior parte di queste aziende è a compartecipazione pubblica, e nessun governo vuole inimicarsi gli amici a stelle e strisce. O, in alternativa, elaborare una politica industriale nazionale sensata. Questione di proporzioni.

Nessuna forza politica ha posto ancora sul piatto della bilancia la questione. Lo stesso Pd, a dicembre, criticò il fatto che “l’efficienza dello strumento militare del nostro paese è stata messa a repentaglio dai tagli irresponsabili operati dal precedente esecutivo (Silvio, nda)” per poi approvare la scelta del governo Monti di “riqualificare” la spesa militare, “al fine di restituire efficienza e funzionalità alle forze militari”. E mentre stiamo per vendere anche i cordoni della borsa e si fa fatica a pagare la cassa integrazione, la nostra repubblica, fondata sul lavoro e ripudiante la guerra, si arma e parte per il fronte. Questione di proporzioni.

P.S. Il terzo paragrafo potrebbe far nascere un quesito: perché i così potenti Stati Uniti (in testa alla classifica del SIPRI) non vendono direttamente i propri prodotti alle nazioni amiche sui fronti sensibili, incrementando così l’export nazionale, ma si affidano a ditte straniere (non solo italiane)? La risposta potrebbe essere in un avverbio: i nostri prodotti bellici sono RELATIVAMENTE all’avanguardia, ma sicuramente non possono competere con i ritrovati americani. Così, anche se, exemplum fictum, un dispositivo di produzione italiana in dotazione al governo colombiano cadesse nelle mani delle FARC, gli Stati Uniti sarebbero certi, intervenendo in prima persona, di partire comunque in vantaggio e di non aver perso nessun segreto industriale. Per l’ennesima volta, questione di proporzioni.

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